sabato 22 dicembre 2012

Notturno (triste)


Uno come me alla “Cantinota” ci va solo per qualche occasione particolare; la festa di laurea di uno dei miei indomiti calciatori, ieri sera, nella fattispecie. Uno come me alla “Cantinota” ci va solo per qualche occasione particolare: non mi piace ballare quella roba, non mi piacciono le camicie con il collo alto, non mi piace essere trattato come un ragazzetto. E poi la “Cantinota” è quello che, per frequentazione e (scarsa) tradizione, non ho mai esitato a definire un luogo dove non metto piede volentieri.
Una volta, quand’ero bambino, ci facevano ottimi risotti, alla “Cantinota”; ma poi le cose sono andate come sono andate. “Non tutti i problemi possono essere risolti: ne esistono alcuni che non hanno soluzione”, diceva Moravia. Ecco, appunto.
L’occasione fa però l’uomo ladro, o forse solo paziente: e dunque via, si può anche venire meno ai propri principi e festeggiare in un locale dove per mia iniziativa non manderei nemmeno un pacco bomba.
Lo ammetto subito, a scanso di equivoci: ieri sera ero alticcio, a fine serata. E come no. Sempre per le ragioni di cui sopra. Non che ci si debba giustificare: ma meglio non lasciare spazio a dubbi.
Uno come me alla “Cantinota” ci va solo per qualche occasione particolare, e ci sarà pure un motivo.
Ieri sera ci sono arrivato verso mezzanotte. Ho lasciato il cappotto al guardaroba e sono andato a fare il solito esercizio d’estetica (figurata) in pista. Nulla di particolare da segnalare, a parte la limitata fantasia di quello che “suonava i dischi”.
Giunta la nostra ora, ho cercato il maglioncino che ad un certo punto m’ero levato, vinto dal caldo. Uno dei miei preferiti, blu, con bottoncini sulle spalle; vecchio e fedele. Sul divanetto dove l’avevo adagiato, però, non c’era. Nonostante le mie attente escavazioni tra giacche e altri maglioni, del maglioncino neppure l’ombra.
Rassegnato, sono andato a riprendere il cappotto.
Talvolta i locali poggiano su gestioni rigidamente famigliari: il giovane rampollo gioca a fare l’imprenditore, la madre fa il lavoro sporco, il padre controlla; i fratelli, di contorno. La “Cantinota” non fa eccezione. Al guardaroba incontro un’attempata e ossigenata signora, la madre del rampollo appunto, alla quale faccio notare che mi hanno rubato il maglioncino. “Era nel guardaroba?”, mi chiede. La domanda è totalmente assurda (al guardaroba ci sei tu: in base a cosa potrei sostenere che mi hanno rubato un indumento che non ti ho chiesto?), ma rispondo comunque negativamente. A quel punto, la vetusta guardarobiera avrebbe potuto cavarsela con un “E allora mi dispiace”. Il maglioncino era “abbandonato”, e quindi la responsabilità dell’ammanco – ovviamente — non è del locandiere: ciò che a me interessava era segnalare lo sgradevole furto. La bionda d’annata avrebbe potuto cavarsela con una frase di cortesia: e invece ha preferito optare per una formula come “Non sono affari nostri”. Le ho fatto notare che il fatto che rubino nel loro bel localino è invece, probabilmente, affar loro. Mi ha ignorato e ha detto alla ragazza che la affiancava di farmi pagare il conto (18 euro: pecunia non olet, mai, maglioncinum talvolta). Esordendo con una bestemmia di cortesia, ho provato di nuovo a farle capire che un furto non dovrebbe essere gesto gradito. A quel punto lei si è defilata ed ha fatto intervenire il rampollo: fissandomi con sguardo vacuo, mi ha invitato ad uscire, a mezzo buttafuori. Scioccamente inebriato dal sapore di una giustizia da ritrovare sui banchi di un tribunale, ho ammonito i miei antipatici interlocutore: “non preoccupatevi, ci rivedremo altrove”. Ingenua speranza suonante come minaccia. Ho sbattuto la porta e ho preso, in camicia, la strada.
Mio fratello, che mi seguiva per controllare che il buttafuori bianco non facesse gli straordinari non richiesti, è stato bloccato all’ingresso perché ancora non aveva pagato. La mia compagna è stata invece intrattenuta da un secondo buttafuori, nero, che le ha fatto il gioco delle tre carte: ha sostenuto che lei le avesse detto “torna al tuo paese” (cosa tristemente non vera) e, alla sua smentita, le ha detto “sei ubriaca”.
Quando la verità è vera, c’è poco da fare.
Il panciuto buttafuori bianco, nel frattempo, mi spingeva fuori. Io resistevo, spiegandogli che aspettavo la mia amata corte. Lui allora ha detto “chiamo la polizia”. “Chiama la polizia”, gli ho detto. La polizia già era lì.
Come nella migliore tradizione, si sono presentati il poliziotto buono e quello cattivo: il primo (troppo) accomodante, il secondo con lo sguardo da “mi avete rotto le palle, ragazzini che venite a suonare il campanello di casa mia alle 4 del mattino”. Ho spiegato loro com’erano andate le cose; ho provato a spiegare loro che non volevo risarcimento del maglioncino, ma riconoscimento del furto. Mentre facevo ciò, il padre del rampollo, fino a quel momento molto intento a controllare (probabilmente chi stava vomitando nella sua lucidissima toilette), è salito dall’antro per accusarmi di aver rotto un quadro (accusa questa subito rientrata, al “che cazzo dice?” di mio fratello) e darmi dello stronzo. Ho chiesto ai poliziotti “non gli dite niente?”; in tutta risposta, hanno chiesto i documenti a me e alla mia compagna, un po’ come — da ragazzini — si chiedevano in visione le figurine più pregiate. Nel frattempo, il languido buttafuori bianco, probabilmente preoccupato dal mio pericolosissimo ritorno a casa a piedi, suggeriva di farmi un test etilico. Per lui, del resto, il “non preoccupatevi, ci rivedremo altrove” era diventato il più classico dei “ti aspetto fuori”. Beato analfabetismo di ripiego: alla porta m’aveva messo lui.
Ho insistito con i poliziotti, mentre il baffuto padre del rampollo mi dava del tu, quasi io fossi il rampollo stesso (o uno dei fratelli di contorno), e continuava imperterrito a darmi dello stronzo.
Niente da fare.
Me ne sono andato con le pive nel sacco, in maniche di camicia.

La morale. I posti come la “Cantinota” sono destinati a sopravvivere alla loro avvilente realtà. Gli altri (i locali che fanno musica, per dire) possono tranquillamente chiudere alla mezzanotte del 31 dicembre o per sempre. I maglioncini possono essere rubati, se esiste un guardaroba. E gli stronzi... be’, quelli respirano il loro alito.

venerdì 21 dicembre 2012

E forse ogni isola
è più ferma della terra.

(Folengadros, 10 agosto 2009)

venerdì 7 dicembre 2012

Watch out where the huskies go
and don't you eat the yellow snow.

martedì 27 novembre 2012

Può darsi che il lavoro nobiliti. Ma in taluni casi rende peggiori, rende meschini.

venerdì 16 novembre 2012

Questa ricordatevela: in un karaoke, una ragazza mediamente brava nel canto che voglia fare bella figura senza correre rischi si esibirà in "Ironic" di Alanis Morisette. 

mercoledì 7 novembre 2012

Sulle decisioni strategiche.

Prima di mezzogiorno cercherò di capire se oggi è già mercoledì o è solo mercoledì.

Sul trattato di funambolismo.

Essere equilibrati e avere equilibrio sono due cose diverse.

martedì 30 ottobre 2012

Cartoline scritte a tarda notte, con spirito di conservazione e di conversazione.

lunedì 1 ottobre 2012

Peggio di non avere una giustificazione, è averne una poco credibile.

lunedì 10 settembre 2012

Ufficio, 8.30.
Tanto per cambiare, nemmeno un saluto.

Clic clic clic sui vostri miseri tastini, testa prona e sguardo spento.

Andate a farvi fottere, maleducati ignoranti.

Mi fate pena.

venerdì 24 agosto 2012

Trento by night


Trento, Piazzetta Lainez, 23.45.
Toc toc toc toc toc. Din, ding, sbang. Cinque, sei, forse sette ragazzotti magri che corrono come pazzi. Buttano qualche passo sul muretto, pare possano abbattere i tavolini; qualcuno si alza e si scosta. Devono averla fatta grossa, perché sono inseguiti da tre poliziotti. I primi due hanno la pistola in mano. Corrono, ma faticano e perdono il passo. Il terzo è più lento ancora, arranca. Ricorda uno stanco T.J. Hooker. Arrivato all’altezza dei tavolini, gli cade in terra la pistola. Tutti si voltano e guardano il ferro a terra, mentre lui se ne accorge solo dopo qualche metro: nel frattempo, un ragazzo si alza da un tavolino e avvolge col suo corpo la pistola. La vuole proteggere, con un gesto istintivo. Il poliziotto si rende conto di avere perso la pistola, torna indietro, spinge via il ragazzo, solleva l’arma, riprende l’estenuante corsa. Ancora qualche metro, è proprio davanti a me, e gli cade ancora qualcosa. Un pezzo metallico, scuro, che precipita con fragore. È il caricatore. Lui è già avanti, di nuovo, ed un secondo ragazzo raccoglie quel pezzo di ferro e glielo porge. Torna indietro, una seconda volta; è affannato, non emette suono, prende il metallo e va. Gli altri — sia i buoni che i cattivi — sono spariti oltre l'orizzonte di via Belenzani. Corricchia. Un minuto, giusto il tempo di guardarci perplessi fra noi. Arriva un quarto poliziotto con una torcia. La luce non manca, nel vicolo, eppure... avanza con circospezione, quasi potesse esserci qualche camaleontico criminale mimetizzatosi sulle pareti. Qualche minuto ancora, ed un quinto poliziotto si fa largo tra gli avventori. «Circolare, circolare», sembra pensare. Intanto si vedono lampi di sirene, auto della polizia che partono sgommando da Piazza Duomo e da tutti i dintorni. A gruppetti la gente parla, non senza incredula ironia, di quello cui ha assistito.
Due considerazioni sull’accaduto.
Uno. Intorno a Santa Maria Maggiore, in quella parte del centro che fa da confine tra le stazioni e Piazza Duomo, la tensione è percepibile da più di un anno. Per varie ragioni, in primis il controllo dello spaccio. Nei movimenti, nella circospezione, nelle grida; negli sguardi che ti seguono e che mescolano sfida e paura. La guerriglia di qualche settimana fa, partita in Piazza Dante e arrivata fino al centro storico, ha evidentemente alzato il sipario, sparpagliando forze dell’ordine d’ogni genere per le strade. I problemi, però, non nascono dal nulla, né si esauriscono in una fiammata. Non è ragionevole pensarlo, così come non è ragionevole passare di punto in bianco dalla tolleranza totale al correre con la pistola spianata in mezzo alla folla, come in un telefilm.
Due. Chi prepara, e come, le forze dell’ordine? I balzelli della pistola sulla strada hanno offerto un’immagine impietosa di quella divisa col fiatone: manco fosse stata un’arma giocattolo, in balia della folla e di un poliziotto impreparato. Quel poliziotto non era evidentemente in sé: non era padrone delle proprie azioni. Il suo sguardo tradiva affanno e insicurezza. Probabilmente avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: anche sparare. A chiunque.

Come in un polizi(ott)esco anni '70, ma drammaticamente, grottescamente vero.

venerdì 17 agosto 2012

Certo, i soldi, Gastoncito: ma chi te lo fa fare di andare a giocare in un club da serie B?

Ci mancheranno la tua corsa dinoccolata e quel dribbling lieve.

giovedì 26 luglio 2012

lunedì 16 luglio 2012

«È solo il capobanda, ma sembra un faraone.
Ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone...»

venerdì 13 luglio 2012

Lettere da Sapporo #6

Tokyo come Times Square moltiplicata molte volte per se stessa (e solo per se stessa).
La tradizione ha fatto un lungo percorso, per cancellarsi, e per permettere ai turisti di tirare il soldino, agitare il cassettino, interrogare la fortuna ("tutto andrà bene, prima o poi").
I ristoranti chiudono alle 22.00, sicché la mia gita sbagliata (sono finito a Shinjuku anziché ad Harajuku, e sulla strada del ritorno mi sono perso), terminata alle 21.50, ha causato un piccolo incidente diplomatico con il capo: lui dormiva, mentre io lottavo con la mappa (mentale, ché fisica non c'era), ma ovviamente qualsiasi colpa del disguido era facilmente attribuibile al sottoscritto (e solo al sottoscritto). In una messa bassa di sfoghi soffocati, una specie di recriminatio interrupta.
Considerazione del giorno: chi legge i libri sbagliati, sbaglia; chi non legge, sbaglia di più; chi non legge e ne avrebbe bisogno, sbaglia a maggior ragione.


Chiudo le comunicazioni, domani si torna a casa.

giovedì 12 luglio 2012

Lettere da Sapporo #5

Un successo? È stato quello che si può definire un successo. Sperato? Abbastanza. Acciuffato.
Il capo ha fatto in tempo a reclamarne la paternità morale (quella fisica sta ancora a Francoforte): non ammetterà a sé, né ad alcun altro. Tuttavia ho fatto un bel lavoro, accidenti.
Da esserne felici.
E infatti ne sono felice.
Detto questo: pranzo lussuoso a base di tonkatsu e riso amidosissimo (in sottofondo, su maxischermo, “Io ballo da sola”, italiano, sottotitoli in inglese). Cena eclatante, a base prevalentemente di sashimi, ma anche di yakitori. Stasera ho avuto modo pure di assaggiare del sake: non quello pestilenzialmente alcolico dei locali italiani (roba cheaper, dice Osawa san), ma quello da signori di campagna. Al primo bicchiere, colmo fino all’orlo, i miei ospiti erano divertiti. Al secondo stupiti fino ad applaudirmi (soprattutto Taguchi san, la mia nemesi lavorativa). Al terzo ammirati.
Ci hanno seguiti in macchina, fino alla stazione, per salutarci. Inchini e tante, tantissime foto; poi ancora le mani agitate mentre già eravamo oltre il vetro, quasi sui binari.
Giapponesi, brava gente.
Comincio ad ambientarmi. Mi trovo a mio agio tra modi troppo cortesi, imbarazzi mascherati e curiosità manifesta: affronto la cosa con disinvoltura. Non dico che ci comportiamo tutti nello stesso modo; anzi. «Siamo cattivi e buoni, siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri: coglioni». Ma in fondo, proprio in fondo, a volerci veder bene, siamo tutti uguali — ontologicamente — nelle pretese e nella disponibilità. Pure chi insiste nello scoreggiare a culo nudo: due, cinque, dieci volte. Anche se, e questo è pure vero, non sa cosa si perde.

mercoledì 11 luglio 2012

Lettere da Sapporo #4


«C’è una folla che guarda, in un tremendo silenzio. L’uomo in tuta contempla l’effetto dei colpi. È scuro in volto, non mostra nemmeno soddisfazione. Aspetta e basta. Aspetta che il prepotente esca.
Ma il prepotente non esce, se la fa sotto. Allora Cipputi si avvicina al finestrino e guardando dentro scandisce con voci baritonale: “Ti sono piaciuto?”. È quello il vero colpo da maestro:...»
Grazie mille, maestro Rumiz; e grazie mille, maestro operaio che non ne può proprio più.
La mia giornata finisce così: leggendo delle gesta eroiche di un ignoto operaio narrate dalla penna deliziosa di un delizioso girovago.
È iniziata, pure oggi, la giornata, alle 6.30. Ed è stata lavoro duro, molto duro, sotto i cazzotti del jet leg e di un pranzo prepotente. (Da registrare l’ilarità scatenata dal sottoscritto quando ha definito “spicy” una zuppetta di soia, scalogno (o simile), wasabi e chissà cos’altro.
Oggi è arrivato pure il capo, che però noi tre (Osawa san, Kawahara san ed il sottoscritto) abbiamo raggiunto solo in serata. Ha colto, il capo, l’eterea complicità tra stranieri creatasi fra di noi dopo giorni spalla a spalla, la comprensione in due inglesi-non-inglesi; e ha faticato ad affrontarla, lì per lì. Chiacchiere in italiano, nonostante il mio sforzo, sempre meno efficace, di coinvolgere i nostri gentilissimi ospiti.
Infine il suo, di colpo da maestro. Durante una cena ancora una volta indimenticabile (una sorta di raclette alla giapponese, con tanto di germogli di soia piastrati).
«Ho letto che soffiarsi il naso in pubblico, in Giappone, è come scoreggiare», ricordavo ad amici, parenti e colleghi prima di partire.
Ed eccolo lì, il capo, maestoso, estrarre il fazzoletto.
Silenzio. Mio, divertito e incredulo. Loro, avvertito dell’imminente pericolo.
Una strombazzata lunga, ripetuta, straordinariamente insistita, complice della sua inopportunità, fiera di sbagliare, gagliardamente senza fine. Una scoreggia a culo nudo, sopra i piatti dei convitati sempre più pallidi, sempre più muti.
«Tutti aspettano che accada qualcosa. E difatti accade». Ecco, e lo fa così.

«Tutti aspettano che accada qualcosa. E difatti accade». Ecco, e lo fa così.

martedì 10 luglio 2012

Lettere da Sapporo #3

Il martedì ha altri colori. Mi sveglio pimpante — per quanto possibile — alle 6.30, faccio ginnastica, infilo la camicia e scendo per la colazione. Ricco buffet; mi permetto addirittura l’eccesso di un salmone marinato, che infatti avanzo colpevolmente.
I tassisti di Sapporo hanno guanti bianchi. Ho appreso solo ieri che in Giappone il volante è sulla destra; l’autista pare non accorgersene e m porta misterioso e incomprensibile al mio appuntamento. Davanti al Daimaru Market mi aspetta Osawa san. Il tempo di un paio di foto. «Luca san?», chiede all’unico occidentale nei paraggi. Eccomi qui; raccattiamo Kawahara san e prendiamo il treno per la nostra comune destinazione, dove ci preleva una macchina, come in un film.
E poi al lavoro, sodo: una riunione nella quale l’unico interprete, tra inglese e giapponese, è Osawa san; le ore in produzione, a sporcarsi le mani e la testa. Durante una pausa mi spiegano che poco distante c’è un parco nel quale sono esposte (o più che altro tumulate) alcune sculture di marmo italiano. Mi ci portano: è vero.
Andiamo a pranzo, in una specie di bar colorato e riempito del fumo di signori di mezza età. Spaghetti (noodles) e ritorno al lavoro.
Sodo, ancora. Ma emozionante. Così come le pause: a metà pomeriggio un paffuto operaio mi mostra la sua mini-moto. Sembra una di quelle con le quali gareggiava Rossi da ragazzino; ed è forse il futuro di Biaggi. Gli spiego che ho una moto Guzzi, una V7 Classic, gliela mostro in foto. Pare soddisfatto. Mi fa dire da Osawa che anche un suo amico ha una Guzzi e che gli piace il rumore che fa. Più della Ducati. Non lo dire a me, amico. Mi propone di provare la sua; faccio un giro in cortile — poi è la volta di Osawa san, che non posso non immortalare.
Sulla via del ritorno, dopo più di dieci ore a’llavorare, incontriamo in stazione delle collegiali in stile manga. Camicia bianca, gilet di lana blu, gonna a losanghe verdone, calze blu al ginocchio (con piccoli fregi: un gattino, o cose simili), scarpette laccate, zaino indossato lungo e borsetta. Mi guardano come se fossi appena sceso dal tappeto rosso di un’astronave marziana.
Ridacchiano.

Sorrido.

Prendiamo il treno e torniamo a Sapporo, giusto in tempo per partecipare colpevolmente ad una cena straordinariamente ricca — e clamorosamente offertami —. Il pezzo forte è il granchio: grosso così, bello così, buono. Così. «Sembra che non sappia perché è qui», dico a Osawa san mentre lo guardiamo sguazzare lento fra i suoi simili. «Ma noi lo sappiamo bene». Granchio, certo, e sashimi vario, tempura, udon, cervello di calamaro, alghe. A ciascun piatto la sua salsetta.
Chiamo Chiara e la bombardo di informazioni. Ieri sera quasi piangevo, oggi rido. Non vedo comunque l’ora di tornare a casa. Provo poi a passeggiare verso l’hotel, ma il navigatore si perde, ed io con lui. Taxi! A tutta birra tra le luci luccicanti.

lunedì 9 luglio 2012

Lettere da Sapporo #2

[Manterrò l’ora italiana, per trovare conforto nelle radici.]
Sapporo, Giappone. Dopo trenta e più ore di viaggio, la spossatezza amplifica la malinconia che si era impadronita di me già a Berlino, al momento dei saluti.
È bello viaggiare. più bello è avere delle radici.
Solo nella stanza, dopo aver provato il takoyaki, respingo il nodo e mi preparo a riposare, sperando che il riposo serva al mio umore maltrattato.

Lettere da Sapporo #1

Il primo incontro con il Giappone è tragico. Il viaggio verso Sapporo, infatti, si dimostra infernale.
Matteo ed io lasciamo l’ostello a Berlino alle 7.30, per essere in aeroporto in tempo per la mia partenza, alle 10.10. Strana sensazione, il saluto è commovente per entrambi: anche se siamo stati un anno senza quasi vederci e lui tra un mese tornerà.
Arrivo a Francoforte e vengo imbarcato sul volo per Tokyo, previsto per le 13.50; ma l’Airbus A380 ha problemi con il sistema elettrico e non parte. Un gigante ferito e ostinato. Solo alle 17.00 decidono di predisporre un altro velivolo, sul quale ci imbarcano alle 19.00. Partiremo alle 20.00.
Di conseguenza arrivo a Tokyo alle 13.15, ora locale (le 6.15 in Italia). Passo una tonnellata di controlli doganali e di sicurezza (come negli Stati Uniti: paranoia comune alle potenze industriali) e riesco finalmente a entrare nell’area destinata ai trasferimenti interni. Chiedo informazioni circa il desk Lufthansa e vengo dirottato sul banco check-in della ANA, la compagnia interna convenzionata coi tedeschi. Dapprima, la signorina con cui parlo, informatasi presso il loro agente, mi dice che è necessario attendere l’agente Lufthansa. Mi suggerisce di aspettare il suo arrivo. Dopo qualche minuto ci penso e su e torno al banco per chiedere di indicarmi dove sia il desk Lufthansa, per andare direttamente da loro. La signorina con cui parlo, diversa dalla precedente, mi dice che non c’è un desk Lufthansa, ma si propone di farmi il biglietto. Cosa che effettivamente fa.
Prelevo 20.000 ¥ (pari a circa 200 €) e mi reco all’ennesimo controllo di sicurezza, attraverso il quale accedo all’area di imbarco dei voli interni. A questo punto maleodoro come raramente mi è accaduto in vita mia. Chiamo il mio ospite giapponese, che purtroppo non ha letto l’e-mail di ieri (con la quale cercavo di avvertirlo del mio ritardo) e si era già informato presso la Lufthansa, la quale gli aveva comunicato che avrei preso un volo (secondo le loro previsioni) domattina. Gli dico che ho già il biglietto ANA in mano e che arriverò a Sapporo alle 20.00. Lui mi spiega che dovrò prendere il treno fino alla stazione e poi un taxi fino all’hotel. Poi mi richiama e mi propone di venirmi a prendere; mi spiega però che il suo hotel è vicino alla stazione, mentre il mio è a 20 min di macchina, e che quindi dovremo metterci d’accordo per bene per domattina (quando, ragionevolmente, dovremo partire dalla stazione).
Niente male, come inizio.

sabato 7 luglio 2012

Berlino, ancora qui, dopo poco più di un mese.
«Città assurda, città strana»... Di sole e pioggia, in questi giorni: un'occasione (rimandata) per vedere un concerto, un'occasione (colta) per passare del tempo con mio fratello, un'occasione (subita) per la nostalgia.
E domani si parte, di nuovo; da solo. Non mi va, ma così va. E così si va.

martedì 19 giugno 2012

Ho appena spiegato a Rusty che "Cane di paglia", in estrema sintesi, è un film su uno a cui, ad un certo punto, girano i coglioni.

domenica 10 giugno 2012


Questa volta è andata così. Arrivederci alla prossima, Boss!

venerdì 1 giugno 2012

Prima lionese.

Centinaia di finestre per ogni palazzo, Lione, ed ogni palazzo centinaia di numeri civici e, dove possibile, un nome.

mercoledì 23 maggio 2012

Verso Berlino.


Ho sempre sostenuto che quello tedesco è un popolo incredibile.
E poco importa se lungo il cammino di avvicinamento a Berlino si incontrano per lo più italiani, con le loro solite magagne (comici populisti compresi).
Verona-Monaco. Non ero mai stato a Monaco passando per l’aeroporto: così vicino a Trento, buono solo per scali, magari internazionali. Una cartolina da lì: ci scaricano dall’Air Dolomiti con il solito pullman da passeggio; una coppia teutonica di mezza età ne redarguisce il conducente, reo — a insindacabile avviso — di aver telefonato mentre guidava. La risposta del pilota, brandendo l’auricolare, è: “Was ist das?”. Incompreso dalla lingua, perdo probabilmente le parti più gustose del bisticcio; capace comunque di farmi sorridere una volta di più al maniacale (nel bene e nel male) senso civico del popolo germanico.
Sull’aereo per Berlino siedo accanto al finestrino, o meglio accanto all’ala, o meglio ancora accanto ad una coppia di italiani (lui romano, lei partenopea). Ne ricostruisco una fantasiosa ma verosimile storia. Sono amanti: è evidente da come si baciano adolescenzialmente la mano, da come la lasciano scivolare goffamente sulle reciproche ginocchia. Sbircio fedi, intravedo solo ombre chiare sull’anulare. Lui è sull’aereo per la mia stessa ragione, lei forse. Forse, perché potrebbe semplicemente accompagnare lui in questa scappatella di lavoro. Lui passa il tempo a raccontarle di episodi della sua storia, dall’infanzia alla gavetta in ospedale al suo potere, moderatamente considerevole, oggi. È molto sicuro e racconta per il piacere di farlo. Lei è ammaliata, ma sa ascoltare così e così.
Arriviamo a Berlino che il sole scende rosso all’orizzonte. «Guarda il tramonto! Guarda che colori incredibili!», esclama lei, mentre io guardo quel rossore riflettersi sui vetri grigioblu di un hangar che sembra un palazzo della finanza. È il pudore del sole, che imbarazzato nemmeno osa guardarsi. Poco più in là ammicca placido un aeromobile arrugginito con la scaletta abbassata, forse gioco di bimbi, forse museo abbandonato.
Ci fermiamo, e un signore con una allampanata spazzola brizzolata, anziché dare una sistemata al colletto ritorto della sua giacca sintetica, apre il portatile e controlla la posta elettronica. Imbarazzati, sole, ne hai ben donde.
Villa Kastania gode fortunata del verde permeante di Charlottenburg. Ost-Berlin. Ci arrivo in taxi, manco fossi a New York. Entro. Parlamento con la receptionist. Stanza 19: una suite. Salotto, bagno da ballo, stanza; l’aria condizionata mi accarezza i capelli, le poltrone bianche stanno ritte come gendarmi. Esco. Passeggio verso destra. Poi verso sinistra. Incontro Adelino, ristorante italiano, il capofila di una orgogliosa colonna che va e va fino a Theodor-Heuss-Platz. Sul fianco di Adelino vendono pinot grigio: lo prendo come un segno del destino, torno a Kastania — appena in tempo per apprendere che il ristorante è chiuso. La steakhouse in piazza, per fortuna, no; e neppure i macellai e i birrifici, grazie a dio.
Il filet mignon è perfetto e si accompagna alla perfezione al pane abbrustolito, alla patata lessata e alla sacrosanta doccia che mi aspetta in stanza.
Prima di coricarmi scopro anche dell’esistenza di un terrazzo abnorme al quale posso accedere direttamente dai miei appartamenti. Scemo io: questa è una suite, mica un loft. Annuso l’ultima boccata di trenta gradi, mitigata dalle tenebre, e scendo negli abissi di enormi cuscini prussiani.

venerdì 6 aprile 2012

"Siamo invecchiati, siamo inaciditi, siamo disonesti nel nostro lavoro. Gridavamo cose orrende, violentissime, nei nostri cortei, e ora guarda come siamo tutti imbruttiti!"
"Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti! Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne."

mercoledì 4 aprile 2012

Epifania: senilità.

Quando non l'aspettavo, sotto la pioggia e l'alta tensione, è arrivata una delicata epifania.
Voglio cercare di trattenerla.
Capelli argentati corti, una frangia, maglia di lana leggera a righe verticali color art déco, e sopra una giacca di lana aperta rossa: lei. Maglione sformato azzurro scolorito su pantaloni verdi, capelli pochi: lui. Si fermano a sfogliare insieme il giornale sul tavolo, all'ingresso della mensa.
Li osservo dal mio tavolo, mentre i colleghi parlano del Milan e della tosella panata.
Senilità. Penso ai miei genitori tra qualche anno, con tenerezza. Non soli, ma però in due. «Cosa facciamo per pranzo?» «Potremmo andare in mensa», e poi ci vanno.
La mia senilità. Penso a noi due da vecchi, un po' più lenti e un po' più affannati, ma saggiamente sereni.
Li osservo a lungo, il fiato torna, la mente pure; mi distendo.
E li guardo pure mentre si allontanano, insieme. Il loro sguardo, è vero, non è quello sul quale ho fantasticato. Ma penso per loro comunque una felicità.

martedì 13 marzo 2012

Il videogioco dei marò.

Mi sono imbattuto in un articolo nel quale, finalmente, i due pescatori freddati dai nostri baldi marò Salvatore Girone e Massimilano Latorre non sono più “due pescatori indiani” travestiti da pirati: ma «un padre di due figli adolescenti Velentin Jelestin e un giovane tamil, Ajesh Binki, orfano di entrambi i genitori e unico sostentamento per le due sorelle, di 17 e 15 anni. Pescatori, punto. Poveri, punto. A volte morti di fame, punto».


Devo ammetterlo: ogni volta che vedo le le foto e le riprese televisive che ritraggono i nostri valorosi militari, provo un senso di repulsione. Quei due scimmioni, nelle loro tutine mimetiche, gonfiati di palestra e di puttanate, rasati, con quei maledetti pizzetti e gli occhiali a mascherina...

Mi concentro, per non farmi sopraffare dal pregiudizio, ma è più forte di me. Lo vedo, lo vedi che sono due dannati fascisti mitomani, di quelli che trovano realizzazione di sé quando possono imbracciare un fucile e magari giocare a fare gli eroi, anche (e soprattutto) quando davvero non ce n’è bisogno?


Ci siamo già sentiti dire, a suo tempo, che Quattrocchi e amici erano prodi paladini della libertà. Già: se ne andavano in giro per un territorio di guerra a fare i mercenari (cioè ad essere pagati, dal miglior offerente, per sparare), sono stati catturati durante un’azione di guerra e uno di loro, per farci vedere “come muore un italiano”, è stato freddato mentre giocava a fare il duro.

A me è bastato. E di altri falsi campioni non sento davvero l’esigenza.


C’è in ballo una questione di diritto internazionale: l’India deve rispettare le leggi condivise, fin dove queste arrivano; e rispettare le proprie, oltre.

E basta.

Il nostro paese è stato ridicolizzato dalla politica internazionale di un nano che faceva le corna nelle foto istituzionali, “cucù” da dietro le statue ad altri capi di stato e telefonava alle sue troie durante gli incontri ufficiali.

Ma merita un altro rispetto. E non è giusto che si debba vergognare, ancora, di due esaltati che sparano a vista. Questi, per quanto mi riguarda, dopo il doveroso e corretto processo se ne devono marcire in galera.

giovedì 8 marzo 2012

Si è buttato o era rigore?

Tutti indignati per lo striscione geniale della curva "Bulgarelli" durante Bologna-Juve di ieri sera:


«Pessotto simulatore. Si è buttato o era rigore»?


(aggiungo il punto di domanda, che rende il concetto ancora più chiaro)


Tutti indignati perché viviamo in un paese senza senso dell'(auto)ironia.

Quei fascisti di merda dei "drughi", gli ultras della Juve, preparano tutte le domeniche striscioni (ricordiamo, tanto per dirne uno, "Facchetti morto che parla") con toni marziali e caratteri forzanuovisti (perché sono fascisti, sic!, nello stadio e fuori) e intonano cori raccapriccianti, ma nessuno batte ciglio. Come in nessun altro stadio italiano, dove ogni domenica la gente si insulta a morte.

Questi quattro pellegrini reagiscono solo davanti all'ironia. È incredibile.

(Stiamo peraltro parlando di uno che è ancora vivo: quale modo migliore dell'ironia per stemperare la tensione del gesto?)


«Non si scherza con la morte». Ma la si affronta perché esiste, fessi. Magari senza questo sconcertante perbenismo e con la dovuta lucidità.


Ah, dimenticavo: forza Bologna, sempre.

venerdì 2 marzo 2012

The africano di pece ambrata.
In qualche modo bisogna pure sopravvivere al pomeriggio torrido, alla settimana rovente.




Per me Lucio Dalla era immortale. È forse per questo che sono così stranito e stralunato?

martedì 28 febbraio 2012

Eppure a volte la felicità è dietro l'angolo. Basta un balzo, o magari una piroetta.

lunedì 27 febbraio 2012

Perché è così difficile essere uomini migliori?
E in tutto questo, il Bologna ha pure perso.
Vaffanculo, mondo di merda.

lunedì 20 febbraio 2012

Un’altra mattina, l’ennesima, nella quale il mio saluto, all’ingresso in ufficio, non è ricambiato. Se non da una esigua minoranza.

Andate a cagare, va’.

giovedì 26 gennaio 2012

18 gennaio, 1.55

«Siamo sempre diversi
da come appariamo all'istante.
La ripetizione
non fa per noi».

venerdì 20 gennaio 2012

Big brother in the holding company

Quest'oggi nessuno dei dirigenti è presente in azienda. Sono tutti ad un corso di formazione, dall'amministratore delegato al responsabile del personale.

Eppure mi sento osservato. Chi controlla, oggi? Un collega dell'ufficio accanto? Un incaricato nascosto? Un paria inebriato dal potere?

Resta il fatto che ci sarebbe il clima ideale per una rivolta.

I colleghi d'ufficio si sono ravveduti col passare delle ore. Ma l'inizio era stato di tutt'altre avvisaglie. Appena arrivato, stamattina, li ho infatti salutati con voce decisa, chiedendo il più classico dei "come va". Nessuna risposta, salvo un mugugno.

«È forse perché manca il capo?», mi sono domandato fra me e me. Paparino non c'è. «Dormito male? Colazione con bratwürst e vetriolo?». Mi sono innervosito istantaneamente, come quando l'anziano con il latte di soia ti maltratta alla cassa del supermercato. Il perché è superfluo spiegarlo. Non è forse demenziale ridursi a questi livelli di tensione per il lavoro? Nemmeno fosse la galera. Quanto è ridicolo e infantile, quanto è meschino e arrendevole diventare maleducati per il proprio intimo disagio, specialmente se questo è generato in modo tanto ingiustificato?

Se non cordiali, civili, via. Non ve l'ha detto la mamma?

Ecco perché ci sarebbe il clima ideale per una rivolta, ma la rivolta non ci sarà.

lunedì 16 gennaio 2012

Pranzi di lavoro.

28 dicembre, 16.48. Maternità.

«Gravità.

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Quando esce brucia. Comparto vigili del fuoco; involontari? Il bambino esce con un balzo, urlando. Banzai.

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Padre vestito da astronauta, entra in sala operatoria come Dustin Hoffmann ne “Il laureato”; saluta alzando un guanto».


6 gennaio, 23.32. C’eravamo tanto sopravvalutati.

«L’operazione più intellettuale che compio è seguire il Bologna Football Club».


14 gennaio, 2.47. Conoscenti di (ri)vista.

«[M. ed io] abbiamo gli stessi interessi culturali. Bisogna solo stare attenti a portarli alle estreme conseguenze, non alle estreme unzioni».

mercoledì 11 gennaio 2012

"Cos'è questo?" "È créme caramel di pandoro. È una ricetta di Vissani." -Inc(l)inazione della voce: è un tentativo di qualcosa di speciale.- E poi "Non è un granché", per dissimulare. Tenerezza.
Dal "Dekoder" di Antonio Dipollina, 9 dicembre 2011:
«La Ghigliottina di Raiuno. Il concorrente dà una soluzione sbagliata che è "Resistenza". Uno degli indizi è "Ora". Carlo Conti fa un tentativo: "Beh, ci può essere l'ora della resistenza". Il Concorrente quasi si indigna e precisa: "No no, io intendevo: ora e sempre resistenza".»

giovedì 5 gennaio 2012

Ai sedicenti intellettuali prima o poi l'acqua arriva alla gola: se l'hanno seccata sibilando sciocchezze, ne trarranno giovamento, mentre annaspano.
I fili della rete però permettono a qualsiasi babbeo di ingenerare fantomatici riscontri e di risalire la china. Se non c'è pudore, nemmeno c'è memoria storica. Morta una maschera, se ne fa un'altra.

Più il mondo simula, più è bello non avere alcun bisogno di essere qualcun altro.