mercoledì 23 maggio 2012

Verso Berlino.


Ho sempre sostenuto che quello tedesco è un popolo incredibile.
E poco importa se lungo il cammino di avvicinamento a Berlino si incontrano per lo più italiani, con le loro solite magagne (comici populisti compresi).
Verona-Monaco. Non ero mai stato a Monaco passando per l’aeroporto: così vicino a Trento, buono solo per scali, magari internazionali. Una cartolina da lì: ci scaricano dall’Air Dolomiti con il solito pullman da passeggio; una coppia teutonica di mezza età ne redarguisce il conducente, reo — a insindacabile avviso — di aver telefonato mentre guidava. La risposta del pilota, brandendo l’auricolare, è: “Was ist das?”. Incompreso dalla lingua, perdo probabilmente le parti più gustose del bisticcio; capace comunque di farmi sorridere una volta di più al maniacale (nel bene e nel male) senso civico del popolo germanico.
Sull’aereo per Berlino siedo accanto al finestrino, o meglio accanto all’ala, o meglio ancora accanto ad una coppia di italiani (lui romano, lei partenopea). Ne ricostruisco una fantasiosa ma verosimile storia. Sono amanti: è evidente da come si baciano adolescenzialmente la mano, da come la lasciano scivolare goffamente sulle reciproche ginocchia. Sbircio fedi, intravedo solo ombre chiare sull’anulare. Lui è sull’aereo per la mia stessa ragione, lei forse. Forse, perché potrebbe semplicemente accompagnare lui in questa scappatella di lavoro. Lui passa il tempo a raccontarle di episodi della sua storia, dall’infanzia alla gavetta in ospedale al suo potere, moderatamente considerevole, oggi. È molto sicuro e racconta per il piacere di farlo. Lei è ammaliata, ma sa ascoltare così e così.
Arriviamo a Berlino che il sole scende rosso all’orizzonte. «Guarda il tramonto! Guarda che colori incredibili!», esclama lei, mentre io guardo quel rossore riflettersi sui vetri grigioblu di un hangar che sembra un palazzo della finanza. È il pudore del sole, che imbarazzato nemmeno osa guardarsi. Poco più in là ammicca placido un aeromobile arrugginito con la scaletta abbassata, forse gioco di bimbi, forse museo abbandonato.
Ci fermiamo, e un signore con una allampanata spazzola brizzolata, anziché dare una sistemata al colletto ritorto della sua giacca sintetica, apre il portatile e controlla la posta elettronica. Imbarazzati, sole, ne hai ben donde.
Villa Kastania gode fortunata del verde permeante di Charlottenburg. Ost-Berlin. Ci arrivo in taxi, manco fossi a New York. Entro. Parlamento con la receptionist. Stanza 19: una suite. Salotto, bagno da ballo, stanza; l’aria condizionata mi accarezza i capelli, le poltrone bianche stanno ritte come gendarmi. Esco. Passeggio verso destra. Poi verso sinistra. Incontro Adelino, ristorante italiano, il capofila di una orgogliosa colonna che va e va fino a Theodor-Heuss-Platz. Sul fianco di Adelino vendono pinot grigio: lo prendo come un segno del destino, torno a Kastania — appena in tempo per apprendere che il ristorante è chiuso. La steakhouse in piazza, per fortuna, no; e neppure i macellai e i birrifici, grazie a dio.
Il filet mignon è perfetto e si accompagna alla perfezione al pane abbrustolito, alla patata lessata e alla sacrosanta doccia che mi aspetta in stanza.
Prima di coricarmi scopro anche dell’esistenza di un terrazzo abnorme al quale posso accedere direttamente dai miei appartamenti. Scemo io: questa è una suite, mica un loft. Annuso l’ultima boccata di trenta gradi, mitigata dalle tenebre, e scendo negli abissi di enormi cuscini prussiani.

venerdì 6 aprile 2012

"Siamo invecchiati, siamo inaciditi, siamo disonesti nel nostro lavoro. Gridavamo cose orrende, violentissime, nei nostri cortei, e ora guarda come siamo tutti imbruttiti!"
"Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti! Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne."

mercoledì 4 aprile 2012

Epifania: senilità.

Quando non l'aspettavo, sotto la pioggia e l'alta tensione, è arrivata una delicata epifania.
Voglio cercare di trattenerla.
Capelli argentati corti, una frangia, maglia di lana leggera a righe verticali color art déco, e sopra una giacca di lana aperta rossa: lei. Maglione sformato azzurro scolorito su pantaloni verdi, capelli pochi: lui. Si fermano a sfogliare insieme il giornale sul tavolo, all'ingresso della mensa.
Li osservo dal mio tavolo, mentre i colleghi parlano del Milan e della tosella panata.
Senilità. Penso ai miei genitori tra qualche anno, con tenerezza. Non soli, ma però in due. «Cosa facciamo per pranzo?» «Potremmo andare in mensa», e poi ci vanno.
La mia senilità. Penso a noi due da vecchi, un po' più lenti e un po' più affannati, ma saggiamente sereni.
Li osservo a lungo, il fiato torna, la mente pure; mi distendo.
E li guardo pure mentre si allontanano, insieme. Il loro sguardo, è vero, non è quello sul quale ho fantasticato. Ma penso per loro comunque una felicità.

martedì 13 marzo 2012

Il videogioco dei marò.

Mi sono imbattuto in un articolo nel quale, finalmente, i due pescatori freddati dai nostri baldi marò Salvatore Girone e Massimilano Latorre non sono più “due pescatori indiani” travestiti da pirati: ma «un padre di due figli adolescenti Velentin Jelestin e un giovane tamil, Ajesh Binki, orfano di entrambi i genitori e unico sostentamento per le due sorelle, di 17 e 15 anni. Pescatori, punto. Poveri, punto. A volte morti di fame, punto».


Devo ammetterlo: ogni volta che vedo le le foto e le riprese televisive che ritraggono i nostri valorosi militari, provo un senso di repulsione. Quei due scimmioni, nelle loro tutine mimetiche, gonfiati di palestra e di puttanate, rasati, con quei maledetti pizzetti e gli occhiali a mascherina...

Mi concentro, per non farmi sopraffare dal pregiudizio, ma è più forte di me. Lo vedo, lo vedi che sono due dannati fascisti mitomani, di quelli che trovano realizzazione di sé quando possono imbracciare un fucile e magari giocare a fare gli eroi, anche (e soprattutto) quando davvero non ce n’è bisogno?


Ci siamo già sentiti dire, a suo tempo, che Quattrocchi e amici erano prodi paladini della libertà. Già: se ne andavano in giro per un territorio di guerra a fare i mercenari (cioè ad essere pagati, dal miglior offerente, per sparare), sono stati catturati durante un’azione di guerra e uno di loro, per farci vedere “come muore un italiano”, è stato freddato mentre giocava a fare il duro.

A me è bastato. E di altri falsi campioni non sento davvero l’esigenza.


C’è in ballo una questione di diritto internazionale: l’India deve rispettare le leggi condivise, fin dove queste arrivano; e rispettare le proprie, oltre.

E basta.

Il nostro paese è stato ridicolizzato dalla politica internazionale di un nano che faceva le corna nelle foto istituzionali, “cucù” da dietro le statue ad altri capi di stato e telefonava alle sue troie durante gli incontri ufficiali.

Ma merita un altro rispetto. E non è giusto che si debba vergognare, ancora, di due esaltati che sparano a vista. Questi, per quanto mi riguarda, dopo il doveroso e corretto processo se ne devono marcire in galera.

giovedì 8 marzo 2012

Si è buttato o era rigore?

Tutti indignati per lo striscione geniale della curva "Bulgarelli" durante Bologna-Juve di ieri sera:


«Pessotto simulatore. Si è buttato o era rigore»?


(aggiungo il punto di domanda, che rende il concetto ancora più chiaro)


Tutti indignati perché viviamo in un paese senza senso dell'(auto)ironia.

Quei fascisti di merda dei "drughi", gli ultras della Juve, preparano tutte le domeniche striscioni (ricordiamo, tanto per dirne uno, "Facchetti morto che parla") con toni marziali e caratteri forzanuovisti (perché sono fascisti, sic!, nello stadio e fuori) e intonano cori raccapriccianti, ma nessuno batte ciglio. Come in nessun altro stadio italiano, dove ogni domenica la gente si insulta a morte.

Questi quattro pellegrini reagiscono solo davanti all'ironia. È incredibile.

(Stiamo peraltro parlando di uno che è ancora vivo: quale modo migliore dell'ironia per stemperare la tensione del gesto?)


«Non si scherza con la morte». Ma la si affronta perché esiste, fessi. Magari senza questo sconcertante perbenismo e con la dovuta lucidità.


Ah, dimenticavo: forza Bologna, sempre.

venerdì 2 marzo 2012

The africano di pece ambrata.
In qualche modo bisogna pure sopravvivere al pomeriggio torrido, alla settimana rovente.




Per me Lucio Dalla era immortale. È forse per questo che sono così stranito e stralunato?

martedì 28 febbraio 2012

Eppure a volte la felicità è dietro l'angolo. Basta un balzo, o magari una piroetta.