venerdì 28 novembre 2008

La giunta? Tremenda.


Alberto Pacher
Vice Presidente e Assessore ai lavori pubblici, ambiente e trasporti
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina37.html

Marta Dalmaso
Assessore all'istruzione e sport
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina39.html

Alessandro Olivi
Assessore all’industria, artigianato e commercio
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina40.html

Mauro Gilmozzi
Assessore all’urbanistica e enti locali
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina41.html

Tiziano Mellarini
Assessore all’agricoltura, foreste, turismo e promozione
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina42.html

Ugo Rossi
Assessore alla salute e politiche sociali
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina43.html

Franco Panizza
Assessore alla cultura, rapporti europei e cooperazione
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina44.html

Lia Giovanazzi Beltrami
Assessore alla solidarietà internazionale e alla convivenza
http://www.giunta.provincia.tn.it/giunta_provinciale/pagina47.html

Dellai si tiene la delega all'Università; ma non vi preoccupate: la Dalmaso, all'Istruzione, è una che ha studiato al Sacro Cuore di Milano e che insegna all'Arcivescovile (!!!). Panizza è un autonomista tout court: lo vedo davvero bene alla Cultura, ai Rapporto europei e alla Cooperazione. La Beltrami (UdC, ovviamente) si becca un assessorato anche se l'UdC non conta un cazzo (e, del resto, pare che l'intenzione nazionale sia quella di far emergere la limpida bellezza di questa alleanza centrista).
Con questi qui, alla lunga, rischio di diventare cattolico, e mona, anch'io.
Per fortuna che sono 8 e non 11, va'. Chissà chi gioca in porta.

venerdì 21 novembre 2008

I soliti democristiani di merda.

Tutto sommato, è rassicurante. Certe cose non cambiano mai.
Guardando nella stessa direzione, sai cosa incontrerai.

«"MA QUELLO è stato il mio fidanzato!". Quando ha visto in tv la foto di Riccardo Villari, gira purtroppo sempre la stessa, quella con la cravatta regimental, Barbara D'Urso, collegata per la diretta, si è ricordata dei suoi diciassette anni.

La settima giornata da fuggitivo di Villari è iniziata con questo bel ricordo, uno spruzzo di giovinezza. Gioia durata poco perché, dopo un colpo di tosse, Fabrizio Morri del Pd lo ha tenuto mezz'ora a telefono ricordandogli che c'era Zavoli e dunque: "Leva le tende". A questo punto il presidente ha deciso di proseguire la latitanza accucciandosi dietro piazza di Spagna per qualche ora ancora. Fino a che è comparso, ore 14, a palazzo San Macuto, la sede della sua commissione.

Elegante e sicuro, "scaltro e colto" ha detto di lui il ministro Rotondi. Villari è giunto al palazzo con un bel comportamento istituzionale, sicuro e riservato. I giornalisti hanno subito capito che sarebbe stato un altro indimenticabile show. Quelli del Pd entravano angustiati, veramente tramortiti. Quegli altri leggeri e disinvolti. La seduta si è chiusa dopo mezz'ora.

Villari che col tempo ha consolidato un contegno molto presidenziale, si è materializzato: "Non mi dimetto. Sono un democratico, sono stato eletto democraticamente e faccio questo per tutelare le Istituzioni". Di più: "Ho ricevuto pressioni indebite e minacce". Un giornalista, anch'egli incredulo: ci sarebbe Zavoli al suo posto. Lui con una degnissima faccia di bronzo: "Nessuno mi ha mai informato dell'accordo raggiunto".

Questione di gusti, ma spettacolino non da poco. La truppa dei cronisti si è diretta allora al Senato, dove i democratici dovevano democraticamente decidere l'espulsione di Villari dal gruppo parlamentare. "Secondo lei ha preso soldi?". A questa domanda Anna Finocchiaro è rimasta interdetta, ma non ha ceduto: "A tanto non ci sono arrivata".

Villari gode già di una vita agiata e quel che mancava è arrivato: la poltrona. Alla buvette due senatori si scambiano le opinioni: "Ricordi che diceva sempre? Nel vocabolario di un democristiano la parola dimissioni non esiste". E infatti. Con un bicchiere di prosecco in mano Franco Marini, dato come l'ultimo suo referente politico, lo manda a quel paese: "E' uno stronzo". Anche Fioroni lo manda lì: "Lo dobbiamo agevolare e fargli capire da che parte deve andare". "Ah, la tentazione della carne!", dice Giorgio Tonini, amico di Veltroni.

Tra le cinque e le sei il nome di Villari è scomparso tra quelli iscritti al gruppo del Partito democratico, il suo corpo si è volatilizzato di nuovo lasciando la sua assistente, esausta e parecchio incredula, nello sconforto e nel totale disimpegno: "Non so nulla, non so nulla". Forse di nuovo in viaggio a Napoli, o riparato in qualche rifugio romano. Fuggiasco, di nuovo. Una magia la sua elezione che, secondo i bene informati, è tutta dentro l'abilità di un uomo: Italo Bocchino.

Bocchino, una onorata carriera da portaborse, ora vicecapogruppo della maggioranza, dona ancora un consiglio all'opposizione: "Per me è un errore espellerlo". Dall'altro lato la Giovanna Melandri, afflitta ma resistente, tenta la mossa disperata: "A questo punto il problema è di Berlusconi". Cicchitto: "Problema nostro? Ma è loro!".

Acque confuse e corpi stremati. Nuovo messaggio dal presidente fuggitivo: "I partiti devono fare un passo indietro, devono rispettare le Istituzioni". E' tutto così inverosimile da far apparire magico dunque irreale questo pomeriggio romano ancora con un bel sole tiepido. Magico come l'abracadabra che ha trasformato Villari: da qui a lì ma a testa alta, invocando le guarentigie repubblicane e persino difendendo l'onore delle istituzioni. C'è stato persino un comunicato del senatore De Gregorio, transfuga della passata legislatura, che ha messo i puntini sulle i e illustrato il coraggio impiegato da sé medesimo nel trasferimento, armi e bagagli, da Prodi a Berlusconi.

Tutto è perciò noto e già successo, e questo replay sembra nel solco della tradizione. "Non ci posso credere, non voglio crederci", quasi piange Vincenzo Vita che per tutta la vita ha lottato contro Berlusconi e adesso vede il nemico entrargli in casa, mettersi di fianco a lui. Oggi non ci sono dichiarazioni dei dalemiani, battaglia sospesa in attesa del ritorno del capo dall'estero. Anche Nicola Latorre ha tenuto la bocca cucita e ha allontanato il suo corpo da ogni sospetto. Due giorni prima l'avevano visto confabulare proprio con Villari. Ma non c'erano telecamere in giro, per fortuna.»

(A. Caporale, "la Repubblica)

giovedì 13 novembre 2008

Arrivederci, Mr. Mitchell.

martedì 28 ottobre 2008

martedì 21 ottobre 2008

Occupazione del rettorato

Nonostante le zappe e i loro piccoli maschi; nonostante il caldo delle scalmane; nonostante tutto: qualcosa si muove, ed è salubre.


mercoledì 15 ottobre 2008

Una questione di classe

Stamattina ho assistito ad uno spezzone di dialogo sulla geniale idea di creare delle classi ponte, ossia della classi d'inserimento, alle elementari, per bambini stranieri.
Percorsi speciali per i bambini extracomunitari.
Arrivano, fanno un test; e, se non lo superano, vengono separati dal resto dei loro coetanei. Seguono, per un periodo piuttosto lungo, un percorso separato. Una specie di anticamera che consenta poi di entrare in contatto con i bimbi indigeni.

Lo so per esperienza, anche se non diretta: l'inserimento di un bambino o di un ragazzo straniero, che non parla italiano, è difficile. Lo è per lui, lo è per i compagni, lo è per gli insegnanti. Mio padre, mia madre hanno speso, e spendono ancora oggi, fatica e amore per consentire un difficile, ma giusto, inserimento. Costa fatica. Ma è l'unica strada per la reale integrazione.
Integrazione, ovviamente; non tolleranza.
Ed oltre a questo, l'unico modo per imparare una lingua straniera (e non solo l'italiano) è, a mio avviso, il suo esercizio continuo, nel contatto con gli altri. Il confronto, l'esigenza. Al paradosso: che razza di linguaggio può imparare un cinese che parla con un moldavo?
Queste facce ciarlano di danno per i bimbi italiani. Come se i figli dei bravi leghisti, poi, ed in primis di quel disgustoso Matteo Salvini, sapessero parlare veramente italiano; intrisi come sono di dialettalismi, accenti, e poveri, per contro, nel vocabolario...
Ciarlano e ciarlano. Il danno della divisione, non lo sanno calcolare.

E non mi vengano a parlare di criminalità, poi. Dove c'è disagio, dove c'è degrado, dove c'è esclusione: è là che si creano la violenza e il male.

Carteggi

Pur essendo abbastanza giovane, mi sono ormai abituato a ricevere per posta buste sulle quali il mio nome è preceduto dall’ufficialissima abbreviazione “dott. ing.”. Dirò di più: sono di solito incuriosito, a priori, da questa quasi kafkiana categoria di buste. Solitamente, infatti, il loro contenuto riguarda improbabili offerte di lavoro al limite del decoro e della legalità, o costosi (per il destinatario, ovviamente) corsi di formazione. A onor del vero, la mia curiosità viene raramente frustrata, ed anzi spesso si trasforma in divertito sbigottimento.
Anche stamattina ho avuto la mia buona soddisfazione: la busta non ha tradito la tradizione.
Mi è stata inviata dall’ing. Fiorenzo Ceccato, consigliere comunale a Besenello e candidato alle prossime elezioni provinciali. Conteneva una lettera e un pieghevole, entrambi evidentemente indirizzati a me, entrambi riportanti le stesse informazioni circa la prossima candidatura del suddetto ingegner Ceccato.
Di primo acchito, mi sono domandato perché l’ingegner Ceccato avesse scelto, fra i destinatari del suo impegno, proprio il cosiddetto dott. ing. Facchini, e come fosse entrato in possesso del suo indirizzo. La risposta era ovvia: l’indirizzo medesimo, ossia il mio indirizzo, è pubblicato, accanto al mio nome e ad altre informazioni, sul sito dell’Ordine degli Ingegneri del Trentino - Alto Adige. Ah! Ed ecco dunque spiegato anche perché il collega si rivolgesse, con la sua lettera, “Ai colleghi liberi professionisti della Provincia di Trento”. Dapprima ho trovato fuori luogo, di cattivo gusto, volgare il ricorso all’indirizzario pubblico dell’Ordine per scopi elettorali. Poi ho guardato con indulgenza alla buona volontà di un collega fra i colleghi. Ho perciò deciso di fare la conoscenza, seppur in versione cartacea, del collega stesso, leggendo la lettera e sfogliando il pieghevole.
Ho evinto che l’ingegner Ceccato chiede il Nostro aiuto e vuole alcune cose.
Di più: ho appreso da una foto riportata in quarta di copertina che il collega, nel 1995, ha stretto la mano a Papa Giovanni Paolo II. Non sembra un fotomontaggio. Perciò me ne compiaccio e me ne allieto, pur non capendo come questo possa essere rilevante ai fini della campagna elettorale.
Qui giunge il colpo di scena. Avvolto e vinto da buone sensazioni, mi sento portato a esagerare; decido di aiutare l’ingegner Ceccato, come lui stesso chiede, e di suggerirgli di inserire altre immagini che lo ritraggano in pose vicine alla sensibilità dell’elettorato: sorridente su una pista da sci, in distilleria, ad una partita di pallavolo.
Immagini forti a supporto dei valori e delle volontà che l’ingegnere mi ha corrisposto in duplice copia: il “rifiuto della politica clientelare” e dei favori ai “soliti noti”, per esempio, e quindi delle pratiche un tempo care, fra gli altri, al dott. Malossini ed al suo amico e finanziatore, Fabrizio Collini; o il desiderio, ammirevole, di “un Trentino dove un professionista non sia costretto a violare il codice penale per ottenere un incarico pubblico” (sono sicuro che non si tratti di una candida ammissione).
Oggi, finalmente, mi sento parte di qualcosa. Ma non so bene cosa. Un gruppo di colleghi, credo. Non vedo l’ora che si voti.