venerdì 29 febbraio 2008

Heart of the sunrise



«Love comes to you and you follow
Lose one on to the Heart of the Sunrise
SHARP-DISTANCE
How can the wind with its arms all around me

Lost on a wave and then after
Dream on on to the Heart of the Sunrise
SHARP-DISTANCE
How can the wind with so many around me
Lost in the city

Lost in their eyes as you hurry by
Counting their broken ties they decide
Love comes to you and then after
Dream on on to the Heart of the Sunrise
Lost on a wave but you're dreaming
Dream on on to the Heart of the Sunrise
SHARP-DISTANCE
How can the wind with its arms all around me
SHARP-DISTANCE
How can the wind with so many around me
I feel lost in the city

Lost in their eyes as you hurry by
Counting their broken ties they decided

Straight light moving and removing
SHARPNESS of the colour sun shine
Straight light searching all the meanings of the song
Long last treatment of the telling that
Relates to all the words sung
Dreamer easy in the chair that really fits you

Love comes to you and then after
Dream on on to the Heart of the Sunrise
SHARP-DISTANCE
How can the sun with its arms all around me
SHARP-DISTANCE
How can the wind with so many around me
I feel lost in the city»

(Yes, "Fragile", 1972)

giovedì 28 febbraio 2008

Vedi che luna?

Ululo alla luna. Tanto, questa sera il cielo è una nuvola — cosa volete che mi faccia quella palla pallida?

mercoledì 27 febbraio 2008

Sospiri e rutti, vecchio mio.


(H. Pratt, "Una ballata del mare salato")

martedì 26 febbraio 2008

Tutto fa brodo.

«A primavera inoltrata Herzog si era sentito sopraffatto dal bisogno di spiegare, di mettere in chiaro, di giustificare, di collocare in prospettiva, di fare ammenda.
A quell’epoca insegnava agli adulti di una scuola serale a New York. Per tutto aprile era stato ancora abbastanza lucido, ma a fine maggio aveva cominciato a vaneggiare. Gli studenti capirono presto che non avrebbero mai imparato molto da lui sulle “Origini del romanticismo”, ma che c’erano invece da vedere e sentire cose strane. I formalismi accademici caddero uno dopo l’altro. Il professor Herzog aveva la inconsapevole franchezza di un uomo profondamente preoccupato. E verso la fine del corso, nelle sue lezioni si produssero lunghe pause. Si fermava, borbottando “scusatemi”, cercando la penna nella tasca interna della giacca. Sul tavolo che cigolava, scribacchiava dei foglietti con mano sospinta da un’urgenza imperiosa; era distratto, aveva gli occhi cerchiati. Il pallore del suo viso diceva tutto — tutto. Ragionava, discuteva, soffriva, gli era venuta in mente un’idea nuova, brillante — l’orizzonte gli si apriva, si richiudeva; i suoi occhi, la sua bocca, dicevano davvero tutto, senza bisogno di parole: aspirazioni, desideri, pregiudizi, amare collere. Vi si poteva leggere proprio tutto. La classe aspettava quattro o cinque minuti nel silenzio più profondo.
Dapprincipio, gli appunti che prendeva non seguivano nessun ordine. Erano frammenti — mezze parole senza senso, esclamazioni, proverbi e citazioni aggrovigliate o, nello yiddish di sua madre morta da tanto tempo, Trepverter — tardive repliche di uno che già sta ruzzolando per le scale.
Scriveva, per esempio: Morte — morire — rivivere — tornare a morire — vivere.
Senza persona, niente morte.

E: Sulle ginocchia della tua anima? Tanto vale rendersi utili. Frega il pavimento.
E ancora: Rispondi allo stolto come si conviene alla sua follia, ché talora non gli paia di essere savio.
Non rispondere allo stolto secondo la sua follia, ché talora anche tu non gli sia uguale.
Sceglierne uno.

Annotò anche: Leggo, in Walter Winchell, che J.S. Bach si metteva i guanti neri per comporre una messa da requiem.
Herzog non sapeva bene che cosa pensare di quegli scarabocchi. Si abbandonava all’eccitazione che li dettava, e sospettava, talora, che fossero un sintomo di disgregazione. Non che la cosa lo spaventasse. Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva preso in affitto nella 17esima Strada, qualche volta si immaginava di essere un’industria per la produzione di racconti autobiografici, e si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita alla morte. Su un foglietto arrivò ad ammettere:
Non trovo giustificazione.
Riconsiderando la propria intera esistenza, s’accorse di aver sbagliato tutto — tutto. La sua era una vita — come si suol dire, rovinata. Ma siccome neppure agli inizi era stata un gran che, perché prendersela? Riandando, su quel sofà puzzolente, ai secoli del passato, all’ottocento, al cinquecento, al settecento, si sovvenne di un detto settecentesco che gli piaceva:
Il dolore, o Signore, è una sorta di ozio.
Continuò a tirare le somme, bocconi sul sofà. Era un furbo o un idiota? Be’, in quel momento non poteva certo sostenere di essere furbo. Un tempo, forse, aveva avuto la stoffa di un furbacchione: invece aveva deciso di fare il sognatore e i più svelti di lui se l’erano mangiato vivo. E poi, cosa? Gli cadevano i capelli. Leggeva la pubblicità della ditta Thomas, specialista del cuoio capelluto, con l’esagerato scetticismo di chi ha una profonda, disperata voglia di crederci. Specialisti del cuoio capelluto! Eh già... era un ex bell’uomo. La sua faccia denunciava le batoste ricevute. Ma quelle batoste se le era volute lui, anzi aveva persino dato una mano ai suoi aggressori. Da quelle riflessioni fu portato a fare un’analisi del proprio carattere. Che tipo era? Be’, per dirla con una definizione moderna, era un narcisista; un masochista; e anacronistico. Il suo era il quadro clinico del depressivo — non grave: non maniaco depressivo. Ce n’erano di conciati peggio, in giro. A dover dar retta a quelli che credono, e al giorno d’oggi pare convinzione generale, che l’uomo è l’animale ammalato, allora lui cos’era? vistosissimamente malato, smisuratamente cieco, straordinariamente degenerato? No. Era intelligente? Il suo intelletto avrebbe certo reso di più, se egli avesse potuto avere un carattere paranoide aggressivo, avido di potere. Era invidioso, ma non eccezionalmente competitivo, non era un vero paranoide. E la sua cultura? A questo punto era costretto a ammettere di non essere una gran cima, nemmeno come professore. Oh, certo era onesto e volenteroso, era dotato di generosità sincera, anche se un po’ immatura, ma sistematico probabilmente non sarebbe riuscito a diventarlo mai. L’esordio era stato brillante, con una bella tesi su “Lo stato di natura nella filosofia politica inglese e francese del seicento e settecento”. Vantava al suo attivo numerosi articoli, un libro, Romanticismo e cristianesimo, ma gli altri progetti ambiziosi si erano, uno alla volta, rinsecchiti tutti. In virtù di quei primi successi non aveva mai incontrato difficoltà per avere una cattedra o per vincere una borsa di studio. La Naragansett Corporation gli aveva versato, durante un certo numero di anni, quindicimila dollari perché continuasse i suoi studi sul romanticismo. I risultati stavano dentro un armadio, chiusi in una vecchia valigia: ottocento pagine di discorsi caotici che non avevano mai trovato il modo di venire a fuoco. Se ci pensava, gli veniva la rabbia.
Accanto a lui, sul pavimento, giacevano dei pezzi di carta, e di tanto in tanto si inchinava a scribacchiare qualcosa.
Ora annotò: Non una lunga malattia è stata la mia vita; la mia vita è stata piuttosto una lunga convalescenza: Ripensamento dei principi liberal-borghesi, illusione di migliorare, veleno della speranza.
Si ricordò per un attimo di Mitridate, il cui organismo aveva imparato a prosperare col veleno. Trasse in inganno i propri assassini, che fecero l’errore di propinargliene a piccole dosi, e così, invece di distruggerlo, lo insaporirono.
Tutto fa brodo.»

(S. Bellow, “Herzog”, trad. L. Ciotti Miller)

lunedì 25 febbraio 2008

Fette e topi.

«Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C’era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po’ stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d’essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l’era portata, quella valigia, da New York a Martha’s Vineyard. Ma da Martha’s Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l’aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
Era estate alta nelle Berkshires. Herzog viveva da solo nella casa grande e antica. Lui che di solito era così schizzinoso per il cibo, ora mangiava pan carré in cellophane, fagioli in scatola e formaggini. Ogni tanto coglieva dei lamponi nel giardino invaso dalle erbacce, scostando gli spinosi arboscelli con distratta cautela; quanto al dormire, dormiva sul materasso, senza lenzuola — sull’abbandonato letto matrimoniale — o nell’amaca coprendosi solo con il cappotto. Alte canne di yucca, alberelli d’acero e carrubi lo assediavano d’ogni parte, in giardino. Di notte, se apriva gli occhi, le stelle erano vicinissime, simili a corpi spirituali. Fuochi, certo; gas — minerali, calore, atomi — ma alle cinque del mattino, per un uomo che giace in un ‘amaca avvolto nel proprio cappotto, cose piene d’eloquenza.
Quando un pensiero nuovo gli assaliva il cuore correva in cucina, suo quartier generale, e ne prendeva nota. Dalle pareti l’intonaco si scrostava e ogni tanto Herzog, con la manica, era costretto a pulire dal tavolo le caccole dei topi, chiedendosi, tranquillamente, perché mai ai topi di campagna piacessero la cera e la paraffina. Perforavano la paraffina che ricopriva le conserve; rosicchiavano le candeline per la torta di compleanno, fino allo stoppino. Un ratto si era mangiucchiato un pan carré, lasciando dentro ogni fetta la forma del proprio corpo. Era anche capace di fare a mezzo coi topi.
E tuttavia un cantuccio della sua mente restava ancora aperto al mondo esterno. La mattina udiva i corvi. Quei loro gridi rauchi, lui li trovava deliziosi. Sull’imbrunire sentiva i tordi. Di notte c’era una civetta. Quando camminava per il giardino, innervosito da una lettera che gli ronzava per la mente, vedeva le rose attorcigliarsi intorno alla grondaia; o le more dei gelsi — e sul gelso ingozzarsi gli uccelli. Le giornate erano calde, le sere rosse e polverose. Guardava ogni cosa con ingordigia, eppure gli pareva d’essere mezzo cieco.
Il suo amico, anzi il suo ex amico Valentine, e sua moglie, la sua ex moglie Madeleine, avevano messo in giro la voce che avesse smarrito la ragione. Che fosse vero?
Nel fare un giro intorno alla casa deserta, vide il proprio viso riflesso nel vetro grigio e velato di ragnatele di una finestra. Aveva un’aria stranamente riposata. Un raggio gli partiva dal centro della fronte, percorreva il naso diritto e scendeva sulle labbra carnose, mute.»

(S. Bellow, “Herzog”, trad. L. Ciotti Miller)

Perché il partito ti può garantire...

«E mentre tu continui ad invecchiare
con i giovani di oggi che non riesci più a capire,
che se ne fregano persino del tuo impegno sindacale
e cantano "Dio salvi la regina, fascista e borghese".
E mentre tu continui ad invecchiare
tua figlia sta con quell'idiota che non puoi vedere
lei dice che sei prevenuto e che non vuoi capire
e forse avrà ragione lei, chi lo potrà mai dire...
Ma intanto tu continui ad invecchiare
sempre convinto che gli anni migliori debbano ancora venire
e che le leggi sopra il concordato si possono abrogare
e intanto Marta è andata ad iscrivere la bambina dalle Orsoline.

E mentre tu continui ad invecchiare lentamente
il mondo gira sempre più veloce e non si può fermare
sei tu che devi accelerare, amico, lui non ti può aspettare
e questo, purtroppo, signori, è uno dei piccoli difetti dell'industrializzazione
E intanto tu continui ad invecchiare cordialmente,
sì, cordialmente,
con la pacca sulle spalle del tuo bravo direttore
che la pensa esattamente come te sopra i problemi di politica generale
c'è solo un piccolo accento diverso per quello che riguarda
la gravità del problema della disoccupazione: suo figlio ha un
impiego statale e il tuo non trova da lavorare

Ma tu continua pure ad invecchiare, convinto, sì, convinto,
convinto che il partito è l'unica soluzione.
Ma che rivoluzione e rivoluzione!
È ormai banale, quella,
la lotta oggi va condotta col partito all'interno delle strutture
perché il partito ti può aiutare
perché il partito ti può garantire
perché il partito è una conquista sociale
perché il partito è un'istituzione
ma che rivoluzione e rivoluzione, riforme ci vogliono, riforme
sanitarie, agrarie, tributarie, fiscale, sociale
Ambarabaciccicoccò tre civette sul comò
che facevano l'amore con la gatta del dottore tre partiti sul comò
che facevano l'amore con l'abc del professore
coro: SCEMO, SCEMO, SCEMO...»

(V. Rossi, "Ambarabaciccicoccò", 1978)

Vero pericolo.

«So come difendermi. In caso di pericolo io ho questo serramanico che mi porto sempre dietro. In caso di vero pericolo schiaccio il pulsante e si trasforma in un bastone da tip tap, così posso fare simpatia.»

(W. Allen)