sabato 7 luglio 2012

Berlino, ancora qui, dopo poco più di un mese.
«Città assurda, città strana»... Di sole e pioggia, in questi giorni: un'occasione (rimandata) per vedere un concerto, un'occasione (colta) per passare del tempo con mio fratello, un'occasione (subita) per la nostalgia.
E domani si parte, di nuovo; da solo. Non mi va, ma così va. E così si va.

martedì 19 giugno 2012

Ho appena spiegato a Rusty che "Cane di paglia", in estrema sintesi, è un film su uno a cui, ad un certo punto, girano i coglioni.

domenica 10 giugno 2012


Questa volta è andata così. Arrivederci alla prossima, Boss!

venerdì 1 giugno 2012

Prima lionese.

Centinaia di finestre per ogni palazzo, Lione, ed ogni palazzo centinaia di numeri civici e, dove possibile, un nome.

mercoledì 23 maggio 2012

Verso Berlino.


Ho sempre sostenuto che quello tedesco è un popolo incredibile.
E poco importa se lungo il cammino di avvicinamento a Berlino si incontrano per lo più italiani, con le loro solite magagne (comici populisti compresi).
Verona-Monaco. Non ero mai stato a Monaco passando per l’aeroporto: così vicino a Trento, buono solo per scali, magari internazionali. Una cartolina da lì: ci scaricano dall’Air Dolomiti con il solito pullman da passeggio; una coppia teutonica di mezza età ne redarguisce il conducente, reo — a insindacabile avviso — di aver telefonato mentre guidava. La risposta del pilota, brandendo l’auricolare, è: “Was ist das?”. Incompreso dalla lingua, perdo probabilmente le parti più gustose del bisticcio; capace comunque di farmi sorridere una volta di più al maniacale (nel bene e nel male) senso civico del popolo germanico.
Sull’aereo per Berlino siedo accanto al finestrino, o meglio accanto all’ala, o meglio ancora accanto ad una coppia di italiani (lui romano, lei partenopea). Ne ricostruisco una fantasiosa ma verosimile storia. Sono amanti: è evidente da come si baciano adolescenzialmente la mano, da come la lasciano scivolare goffamente sulle reciproche ginocchia. Sbircio fedi, intravedo solo ombre chiare sull’anulare. Lui è sull’aereo per la mia stessa ragione, lei forse. Forse, perché potrebbe semplicemente accompagnare lui in questa scappatella di lavoro. Lui passa il tempo a raccontarle di episodi della sua storia, dall’infanzia alla gavetta in ospedale al suo potere, moderatamente considerevole, oggi. È molto sicuro e racconta per il piacere di farlo. Lei è ammaliata, ma sa ascoltare così e così.
Arriviamo a Berlino che il sole scende rosso all’orizzonte. «Guarda il tramonto! Guarda che colori incredibili!», esclama lei, mentre io guardo quel rossore riflettersi sui vetri grigioblu di un hangar che sembra un palazzo della finanza. È il pudore del sole, che imbarazzato nemmeno osa guardarsi. Poco più in là ammicca placido un aeromobile arrugginito con la scaletta abbassata, forse gioco di bimbi, forse museo abbandonato.
Ci fermiamo, e un signore con una allampanata spazzola brizzolata, anziché dare una sistemata al colletto ritorto della sua giacca sintetica, apre il portatile e controlla la posta elettronica. Imbarazzati, sole, ne hai ben donde.
Villa Kastania gode fortunata del verde permeante di Charlottenburg. Ost-Berlin. Ci arrivo in taxi, manco fossi a New York. Entro. Parlamento con la receptionist. Stanza 19: una suite. Salotto, bagno da ballo, stanza; l’aria condizionata mi accarezza i capelli, le poltrone bianche stanno ritte come gendarmi. Esco. Passeggio verso destra. Poi verso sinistra. Incontro Adelino, ristorante italiano, il capofila di una orgogliosa colonna che va e va fino a Theodor-Heuss-Platz. Sul fianco di Adelino vendono pinot grigio: lo prendo come un segno del destino, torno a Kastania — appena in tempo per apprendere che il ristorante è chiuso. La steakhouse in piazza, per fortuna, no; e neppure i macellai e i birrifici, grazie a dio.
Il filet mignon è perfetto e si accompagna alla perfezione al pane abbrustolito, alla patata lessata e alla sacrosanta doccia che mi aspetta in stanza.
Prima di coricarmi scopro anche dell’esistenza di un terrazzo abnorme al quale posso accedere direttamente dai miei appartamenti. Scemo io: questa è una suite, mica un loft. Annuso l’ultima boccata di trenta gradi, mitigata dalle tenebre, e scendo negli abissi di enormi cuscini prussiani.

venerdì 6 aprile 2012

"Siamo invecchiati, siamo inaciditi, siamo disonesti nel nostro lavoro. Gridavamo cose orrende, violentissime, nei nostri cortei, e ora guarda come siamo tutti imbruttiti!"
"Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti! Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne."

mercoledì 4 aprile 2012

Epifania: senilità.

Quando non l'aspettavo, sotto la pioggia e l'alta tensione, è arrivata una delicata epifania.
Voglio cercare di trattenerla.
Capelli argentati corti, una frangia, maglia di lana leggera a righe verticali color art déco, e sopra una giacca di lana aperta rossa: lei. Maglione sformato azzurro scolorito su pantaloni verdi, capelli pochi: lui. Si fermano a sfogliare insieme il giornale sul tavolo, all'ingresso della mensa.
Li osservo dal mio tavolo, mentre i colleghi parlano del Milan e della tosella panata.
Senilità. Penso ai miei genitori tra qualche anno, con tenerezza. Non soli, ma però in due. «Cosa facciamo per pranzo?» «Potremmo andare in mensa», e poi ci vanno.
La mia senilità. Penso a noi due da vecchi, un po' più lenti e un po' più affannati, ma saggiamente sereni.
Li osservo a lungo, il fiato torna, la mente pure; mi distendo.
E li guardo pure mentre si allontanano, insieme. Il loro sguardo, è vero, non è quello sul quale ho fantasticato. Ma penso per loro comunque una felicità.