domenica 18 ottobre 2009

Il tuo sguardo nel mio - XIII (Verona)

Vie d'uscita.

Impostazioni #7.

Ventidue buone ragioni.

Nudità.

Funambolismi #2.







Nostalgia.

venerdì 16 ottobre 2009

16.10.09 Il tuo sguardo nel mio - XII (Popolarità)

E spavento.

Presto, al lavoro! (alias: L'autunno tarda ad anticipare)

Condizioni stazionarie.

Oh good shepherd feed my sheep.

Filzi (e lazzi).

Scuse me while I kiss the sky.

Ratatouille.

Let's dance.

giovedì 15 ottobre 2009

Edilizia pubblica: la cassa chiusa di San Martino.

Giovedì 15 ottobre. Fa piuttosto freddo, per non dire molto. È una di quelle giornate nelle quali il vento spazza via foglie, polveri e pulviscolo atmosferico e rende, in questo modo, i confini netti come lame.
Scopro, passando casualmente per il quartiere di S. Martino, che è pure una di quelle giornate nelle quali il Comune di Trento spazza i cosiddetti anarchici come una massaia che rassetta l’uscio di casa. Li spazza via dall’asilo (abbandonato) del quartiere (quello, per intenderci, ribattezzato di recente “Assillo occupato”).
Non accorgersi dello sgombero in corso, del resto, è impossibile: il dispiegamento di forze di polizia è imponente. Sembra di essere allo stadio. O ad una piccola parata militare, se gli uomini in uniforme mantenessero un atteggiamento appena un po’ più composto.
Non sono solo i tanti poliziotti, però, a richiamare la mia attenzione. Quanto piuttosto un rumore ripetuto, insistente, del quale non riesco bene ad individuare la fonte. Poi, all’improvviso, capisco da dove giunge il rumore: lo produce una piccola betoniera, o qualcosa del genere. A quel punto, guardo la facciata dell’asilo.
È completamente murata. O meglio: è quasi completamente murata. Lo sarà, certamente, di lì a poco. Porte: sparite. Finestre: sparite. Operai dribblano poliziotti e appoggiano un mattone sull’altro, per chiudere la cassa.
Vengo colto da una profonda inquietudine. Nemmeno ci sono mai entrato, in quell’asilo: eppure mi sembra, lì per lì, di soffocarci dentro. È una sensazione che ha qualcosa di macabri.
Inizio a rimuginare. Concludo poco o niente; quel poco, è quanto segue. A pensarci, posso comprendere (sebbene sia ben lontano dal condividerle) le preoccupazioni degli abitanti del quartiere, i quali, forse, nemmeno avevano capito bene cosa stesse accadendo dentro quell’edificio abbandonato. Capisco pure le tensioni, istituzionali e non, del Comune; ed il suo dovere di controparte solida. Ci mancherebbe altro. Anzi: un atteggiamento saldo da parte del Comune è proprio ciò che può dare ulteriore valenza, se occorre, all’atto dell’occupazione.
Quello che davvero non riesco a spiegarmi, invece, sono due aspetti che riguardano l’epilogo della faccenda. Anzitutto, la totale chiusura ideologica. Assolutamente non dialogica. Giunta quasi improvvisamente, ma evidentemente ben premeditata - e conturbante perché laconica ed efficace come una lama. In secondo luogo, il gesto dello strangolamento: la muratura di porte e finestre. Un gesto violento, di una violenza silenziosa.
Sinceramente turbato, me ne sono tornato verso casa. Lasciando lì, per strada, la mia domanda: non c’è davvero altro modo?

lunedì 12 ottobre 2009




(P.P. Pasolini, "Petrolio")

Nota a margine

I fatti. Lara Favaretto ha circondato (o cercato di circondare) la statua di Dante, nell'omonima piazza, di sacchi di sabbia. Installazione finanziata dalla Galleria Civica. Per qualcuno avranno ricordato pure l'alluvione del '66. Tutti (cittadini e giornalisti) si sono lamentati. Il presidente della Civica, Danilo Eccher, si è incazzato. Alcuni vandali hanno danneggiato l'involucro sabbioso. La Favaretto si è platealmente disperata, come in un cartone animato.

Ora. Concordo con la maggioranza (poco) silenziosa: l'installazione di Piazza Dante, come opera d'arte, pare davvero debole.
Se veramente è costata 160000 euro, direi che non sembra esserci grande corrispondenza tra valore (materiale e artistico) e prezzo.

A questo proposito, mi è venuto il dubbio che si tratti, in realtà, di una performance: creata parlando di cifre davvero sproporzionate e veicolando intorno ad una semplice disposizione di sacchi un'attenzione mediatica gigantesca (danneggiamento -forse inscenato- compreso).
Se così fosse, direi che l'artista ha colpito nel segno.

La discussione, allora, una volta di più, potrebbe e dovrebbe essere sul merito dell'arte contemporanea; ma questa diventerebbe spinosa e infinita.

Al di là di tutto questo, però, trovo che il vero scempio, la vera indecenza siano i luoghi comuni. "Sono soldi dei cittadini". Per carità, sì. Anche quelli che danno agli Schützen, se è per questo. Forse che gli schioppi e i pantaloni alla zuava sono un investimento migliore?

Lamentare, lamentare, lamentare. Lamentare a vuoto: è solo un esercizietto. Galvanizzante nella sua puerile sterilità.

Ciò che può essere razionalmente criticato, tutt'al più, a mio avviso, è la direzione artistica della Galleria civica. Perché se sono gli enti governativi locali a stanziare i finanziamenti per la cultura, è chi poi fa cultura a gestire e organizzare questi finanziamenti come meglio crede. Cosa si intende insinuare, dicendo che l'assessore competente ha sbagliato? Che l'assessore stesso avrebbe dovuto ingerire nelle scelte della Galleria? Che la cultura è sovrafinanziata?

Al solito, assecondando un'indignazione facile facile, finiremo magari per dire ancora che settant'anni fa i treni arrivavano in orario. Bella forza. O, davanti alle macchinette del caffè, ci troveremo a scambiare due chiacchiere sull'eliminazione del lunedì mattina. Banalità, banalità, banalità...

Chiacchiere da bar (alias: la banalità, anche senza male)

«Quello che succede a noi succede a tutti o solo a noi; nel primo caso è banale, nel secondo è incomprensibile».
(F. Pessoa)


In coda per prendere un surrogato del caffè da un surrogato di organo meccanico, osservo e origlio, come sempre faccio, la coppia di ragazzini davanti a me.
"...un altro lunedì."
"Io lo abolirei, il lunedì. Almeno la mattina. Sono troooppo stanco!.."

...

...ma non c'è bisogno di dire
qualcosa
per forza.
Non c'è bisogno di esternare il niente.

Le forzature sono faticose. E affaticanti.

C'eravamo tanto amati #1

Sono stanco
stanco
stanco

stanco.

Questo
incerto,
imbarazzante,
faticoso
trascinarsi
non mi interessa
più.