Ti ricordi?
Tu dentro l'aula a fare l'esame con Fois, Candido come i suoi capelli e il fumo del suo sigaro. Lui fuori, a passeggiare sul corridoio, con il sigaro, appunto; lui fuori a passeggiare e chiacchierare al telefono. Tu lì dentro ad aspettare. Il legno un po' lugubre ai muri del Bo, un legno caldo e unto di passaggi e sudori e sforzi per il pane. Ed io pure, fuori; io pure ad aspettare. Ad aspettare te.
Non m'importa di nient'altro. Mi manchi.
Molto.
[Le premesse (prima e seconda, non filosofica) sono lì a far passare il tempo. Il resto si espone compostamente.]
venerdì 9 ottobre 2009
giovedì 8 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.»
(C. Pavese, 22.03.1950)
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.»
(C. Pavese, 22.03.1950)
La messa è finita. Andate affanculo.
«Una costellazione di delusioni e disillusioni.
Ecco, come definirei questa esistenza.
Un disfacimento. Senza uno scopo. Senza ritmo. Senza speranze, o possibilità.
Imprigionato nella stringenza di una secca, distaccata ineluttabilità. Arrancare non è camminare; e strisciare è cosa per i vermi. Per me, qui si esaurisce ciò che può sembrare ragionevole. E lascia carta bianca ad una non giustificata insensatezza. Mortifera.
Se avessi più faccia tosta, la farei finire qua. Così.»
Ecco, come definirei questa esistenza.
Un disfacimento. Senza uno scopo. Senza ritmo. Senza speranze, o possibilità.
Imprigionato nella stringenza di una secca, distaccata ineluttabilità. Arrancare non è camminare; e strisciare è cosa per i vermi. Per me, qui si esaurisce ciò che può sembrare ragionevole. E lascia carta bianca ad una non giustificata insensatezza. Mortifera.
Se avessi più faccia tosta, la farei finire qua. Così.»
domenica 4 ottobre 2009
venerdì 2 ottobre 2009
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