domenica 16 agosto 2009

Il tuo sguardo nel mio - X (in viaggio)

«[...] L'ora era povera, la vita ridotta all'osso. Il traffico continuava spettrale, ma le strade intorno alla stazione erano quasi vuote. Era lì, in quelle strade che tutto era cominciato, in una sera piovosa del 1969. Carlo lo ricordò con la precisione di chi ha la memoria di un poeta. Era stato giusto? Era stato certamente giusto. La cosa a cui l'uomo ha più diritto è la vacanza, l'evasione, la sparizione, la solitudine.»
(P.P. Pasolini, "Petrolio", Appunto 82)


«29 luglio, 20.37
È strano viaggiare così. Io viaggiavo tranquillo, perché da qualche parte c’era lei. Ovunque fossi; ovunque fosse. E così, ora, fermo alla stazione di Verona, con la gente che esce a fumare, mi sento spaesato. Attratto dal viaggio e, al tempo stesso, spaesato; spaventato da esso.
Ci vuole coraggio a restare soli; ma ad essere con gli altri, a volte, di più. [...]
Non è vero che ognuno ha il suo destino; crederlo ciecamente è ingiusto e scorretto. Solo che neppure siamo fabbri. Forse abbiamo solo qualche chiodo. E tante fisse.
E ricordi, una borsa piena. E nostalgia.
Dire che mi manchi proprio non basta.»

«30 luglio, 4.54
Esattamente il tipo d’incontro che non si può prevedere.
Gli incontri da treno sono come gli incontri da bar. Ciascuno ha da dire la sua, che può essere qualcosa o poca cosa. Però tutti dicono, ché non si sa mai.»

«30 luglio, 13.30
Appollaiato su una ringhiera, fuori dall’ospedale, al caldo dell’ombra di Taranto, penso a quanto ti hanno portata in qui e in là. Con la mascherina sul volto e la sedia a rotelle. “In gita”; dicevi tu; “domani mi portano in gita”.
Qui gli anziani soccombono sotto questo sole, ed io sono nel pieno delle mie forze, un leone, e capisco che proprio non la posso immaginare, la mia senilità.
E forse poi, comunque, sarebbe solo una presunzione.
Ogni volta che le porte automatiche dell’ospedale si spalancano, il freddo dell’aria condizionata tenta la fuga. Ma viene subito ripreso. Non pare illudersi, in effetti; ma insiste.
Ed è poi sull’insistenza che spesso poggiamo le nostre speranze residue (di vittoria o di galleggiamento).»

All you need to do is follow the worms.

«1 agosto, 19.36
Sulla salita tra Taranto e Martina, il maggiolone si è fermato. È un maggiolone color panna; avrà trent’anni, o giù di lì, i sedili che paiono quelli di una Panda e alcune crepe nella carrozzeria, che lasciano intravedere strisce rosse della cara vecchia ruggine.
E si è fermato. In cima alla salita. In mezzo al fumo che emanava dal vano del motore, e all’odore di gomma e olio bolliti.
Così, siamo usciti e ci siamo seduti su un muretto, al ciglio della strada, con il vano aperto, aspettando che il motore sbollentasse e si chiarisse un po’ le idee.
Per quanto riguarda Taranto, è una città violentemente sporca; vera, candida di colore e immondizie bruciate dal calore e da qualche passante. E però è così reale, e realistica, la città vecchia con i muri scalcinati, i bar che sembrano magazzini di casse di bottiglie e le chiese e i palazzi nascosti tra case disabitate, da fare male al cuore. Brucia di una bellezza dolce e dolente.»

Niente ancora va in fumo.

Il coraggio di diventare vecchi - #1.

«2 agosto, 00.19
Ciascuno ha il suo posto, cosmico; nel quale, e soprattutto fuori dal quale, le fascinazioni rimangono soltanto un delicato, egoistico specchio proiettante.»

«2 agosto, 18.11
I soliti italiani, alla fine: che spingono fino alla fine di una coda, come se cambiasse qualcosa, come se quel loro gesto a vuoto potesse ripagarli della fatica. La gente non è razionale. Però [e perciò] crede in Dio.
Si perde proprio il senso della misura.
[...]
La gente è la solita: grassoni che si sono accaparrati le sdraio, forse facendosi calare dall’alto; bellimbusti con pettinature da “Uomini e donne” e grandi occhiali da sole, già abbronzati, tutti uguali, con i pantaloni corti ma scarpe da ginnastica invernali (e infernali), che girano a torso nudo come se fossero al bar sulla spiaggia; famiglie di gente triste. Fa male dirlo, ma gli stranieri si distinguono. Ma dove stiamo andando? Dove stiamo andando a finire? In Grecia; tutti in Grecia.
Nota: ci sono stranieri, principalmente nordici, che vivono come bestie, eppure stanno bene. Hanno i calzini lerci perché camminano scalzi dappertutto, non hanno il bidè ma si siedono tranquilli su qualsiasi asse del cesso, ovunque; non risciacquano il detersivo dalle stoviglie e potenzialmente si lavano i denti con la pasta abrasiva. Eppure stanno bene. Hanno un sistema sanitario straordinario, una tempra formidabile e una vita forse meno miserabile nella sua ovattata, lineare, ottusa semplicità. Non li invidio; ma mi fanno pensare. [...] Ma cosa vuoi che si faccia? A volte la vita non ci dà proprio possibilità. E allora questa gente che spinge in coda, che si getta sulle sdraio, che gira a torso nudo nelle sue scarpe ridicole appare ancora più piccola, e derelitta. E neppure se ne accorgono: non hanno modo di accorgersene. Che ci vuoi fare? Cosa vuoi che si faccia? È un lento macerare. Talmente penoso che, forse, può solo cambiare.
Nota 2: e al primo tramonto tutti si affannano a fotografarlo, come in una commedia romantica, mentre se lo lasciano alle spalle e dall’altra parte è già alta una luna cui non fanno caso. Ma il sole resta sempre lo stesso, sempre là dietro, e chiude l’ultimo occhio con la placida malizia rossastra di sempre. Chissà cosa pensano mentre scattano. Riguarderanno anche questa palla rossa sul mare? Hanno guardato le quattordicimila che hanno fotografato prima? Memorizzano ricordi uno uguale all’altro? Lo fanno con senso, o piuttosto per ripetere un rito del quale sono spettatori? È la generosa gratuità del sole ad affascinarli così? Perché intanto la luna li scruta, e sembra avere un’espressione stupita, sardonica, non vanitosa. E il mare è affascinante e resta indietro ogni passo di più. [...]»

«3 agosto, 6.36
Postilla (a mo‘ di premessa): se non fossi su un traghetto, sarebbe un’alba meccanica?
La ciminiera continua a pompare, come l’ha fatto tutta la notte. Ma ora il sole, lo stesso di ieri ma su un altro bordo, fa a spallate tra le isole, mentre le stesse onde lasciate già indietro fanno da specchio di Narciso. Ho dormito sotto le stelle, nel sacco a pelo, sul ponte di una nave, su quattro assi dure la sera e non più al mattino; ed era la prima volta. E perché non l’ho fatto prima (con te)?
Risposta: sì, è un’alba meccanica: è nella meccanica delle cose. Come vivere tra le isole. Solo che le cose hanno differenti profondità.
E a volte ci si deve mettere in punta di piedi.»

Mateca - #1.

Mateca - #2.

Vecchie cariatidi.

Avanti: marsch (alias: Jesus Christ Superstar).

Varie specie di animali (meccanici).

Comunque bella.

Concentrazione di luce.

Ingegneria della colazione: viscoplasticità.

Il piede di San Raffaele (grazie, Ivan).

E vissero tutti felici e contenti (alias: Mateca - #3).

Un abbonato ha sempre un posto in prima fila.

Please don't put your wires in my brain.

Nel blu degli occhi tuoi blu #2 - spiragli sul mondo nuovo.

Sirtaki.

«6 agosto, 23.39
Un’unica (con)fusione di braccia e spalle, gambe a destra e poi a sinistra. Il violino che si imbizzarrisce sul sottofondo della cetra, mentre un uomo che sembra Moser dieci anni fa fuma e canta una litania ritmata che, per quanto ne so, potrebbe essere anche in sardo.
Tante ragazze, alcune belle, altre proprio no, ballano con grazia i balli che sono loro. E poi scout, e turisti alticci.
Vino bianco meglio della birra?
Sta di fatto che sto ipnotizzato a contemplare la spirale mobile della festa del paese.
I balli greci hanno davvero qualcosa di ipnotico. Sarà forse per la stabilità concentrica, o forse piuttosto per la sensazione di raggiungimento dell’unisono che proiettano su chi partecipa solo come spettatore. O magari per il continuo, prevedibile ma sempre nuovo aumentare del ritmo.
Resta che sarei rimasto a guardare per sempre. O, se non per sempre, in un infinito confinato e sui generis.»

Diverse opzioni.

Avanti. E indietro.

Nessun (d)olore.

Visioni - #7.

«7 agosto, 18.49
Nota: il monastero ortodosso. È bello, bianco, sospeso sulla roccia. Carico di icone e immagini. Ci offrono acqua, liquore e dolci (per la cronaca, i miei preferiti, quelli turchi). Ma tutto è viziato da una forma di finzione che a tratti dà i brividi. Il turismo è un cannibale: mangia tutto ciò che incontra, come Merckx mangiava la strada e gli avversari. Tocca e rompe l’equilibrio. E allora i voti a cosa servono? Forse non bastano. Forse. Non tutto si può acquistare. E allora buona fortuna anche a voi; monaci, e a voi bambini che correte in qua e in là a fare da guide e custodi del tempio.
I voti: e così i pegni di ringraziamento. Ho domandato: e se le cose vanno male, si ringrazia? Chi? O che si fa? In quel momento, mi sono fatto male a un dito del piede.
Poi sono andato a fare il bagno; evidentemente su una spiaggia diversa da quella dove i monaci fanno surf.»

Il coraggio di diventare vecchi - #2.

Castrocasbah.

«7 agosto, 23.31.
Nota: le persone spingono qualunque sia l’entità della coda, e (soprattutto) qualunque sia il motivo per il quale sono in coda.
Ciò che conta è spingere.
[Su queste isole ci sono troppi, troppi italiani.]»

È tutto oro ciò che luccica.

Ritorno al mondo nuovo.

E chi lo sa. Lo sa.

«Sei qui davanti agli occhi miei».

«15 agosto, 19.51
Benedetto Ferragosto in viaggio, in strada, col volante tra i piedi e i piedi appoggiati sul cruscotto.
Scrivo ancora una volta de/dalla strada. Ma questo è solo un fatto di contorno e parzialmente di costume.
Per la cronaca: la coda era il fuoco di paglia di un incidente senza feriti. Un incidente di ferragosto.
Questi pochi giorni in camper, per lo più in strada, dopo il mio lungo viaggiare solitario, mi sono serviti per capire alcune cose. Forse ora riuscirò a risolvere, lentamente, o a mitigare alcuni piccoli problemi di convivenza familiare. Sorrido: “se lo vuoi con forza, lo avrai”. E intanto la Francia scorre sotto, avvolta dal cotone dei suoi campi nel quale lavorano negri e carcerati e bavaresi con i pantaloni alla zuava.
Sotto la solita battaglia del sole; mi toccherà di fotografare con gli occhi il quattordicimillesimo tramonto, e di aggiungerlo alla collezione.
Non è tempo di bilanci, perché non amo farli, e perciò tendo ad evitarli, e a non farlo quasi mai arrivare, questo tempo. Più che altro, riesco a comprendere di aver toccato certi altri angoli della vita in mezzo agli altri che ancora mi erano parzialmente nascosti alla vista, ed ora che li ho messi in luce, capisco che può andare un poco meglio. Con fatica, ovvio: come sempre. Come ho imparato, già da qualche memore tempo.
Così come capisco che ho ancora parecchio bisogno di passare istanti (immemori, questi) da solo. I viaggi, soprattutto; cioè gli spostamenti, di luogo e di fuso, di bandiera, d’orologio. I viaggi sono momenti nei quali incontro la giusta distanza per pensare: con malinconia (che parola-guida, questa!) e con ragione. Con calma. Un po’ di affanno e tanta dolcezza (eccola qui, un’altra parola-guida).
Sapendo bene, però, che sono un animale sociale, e pertanto ho bisogno di stare in mezzo agli altri. Ai cari, spietati, giusti, feroci, cauti, ingenui, suadenti, affettati, seduttivi, amorevoli, pietosi, carezzevoli altri. Ai loro polmoni e ai loro stomaci.
Per poi magari fare finta o essere sicuri di aver afferrato che questo modo di vivere, in individualistica comunità, è andare, muoversi, conoscere, esplorare, stringere, impugnare, perdere, sfamarsi, avere morsi e crampi, lacrimare, abbracciare, ridere a crepapelle, e poi in fondo sorridere o uccidersi. O lasciarsi andare alla struggente rimembranza.
Proprio ora, poi, che congiungo i puntini e i miei vestiti odorano di viaggio e viene la notte (e ha altri occhi) e la sintassi della strada ci porta armoniosi avanti, e avanti.»

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ben tornato, amico.

"Ho domandato: e se le cose vanno male, si ringrazia? Chi? O che si fa? In quel momento, mi sono fatto male a un dito del piede".

Che sia la risposta alla tua domanda?

:)

fnstb