lunedì 2 marzo 2009

Parigi.

«24 febbraio, 6:50
Mardi Gras. Verso Parigi, via Rovato.
Venezia-Milano.
Il caldo sbagliato del treno.
Non avrei mai pensato di provare tenerezza per delle statistiche. Mi succede osservando, anzi sbirciando una pagina dello sport de “la Repubblica”, che prepara alla Champions League. Una bandierina inglese, accanto ad una piccola scritta (che non riesco a leggere) mi fa pensare a Manchester, Arsenal e Chelsea.
Mi succede, dicevo, pensando a chi compila quelle statistiche, a chi le ricerca, allo spirito (certamente frutto del mio immaginario) di chi le propone.
Ti racconterei anche questo.

25 febbraio, 13:28
L’impressione è che Parigi sia formale nella sua grandiosità.
O forse io sono predisposto ad altri particolari; e in effetti ne colgo pochi. Abbiamo altri sguardi, per altri luoghi.
Seduti ai tavolini, altri italiani hanno altri entusiasmi e altre priorità; telefonano a casa: “ci dobbiamo tornare”, e si felicitano per il funzionamento delle carte di credito. In fondo non sono cattivi; neppure in superficie.
Mi dà un umore strano, Parigi, si lega poco, resta sullo sfondo.
Non so se sia ritrosia.

27 febbraio, 11:10
Vetri rotti e Oscar Wilde.
Le cornacchie gracchiano e si inseguono battendo le ali tra le pietre delle lapidi. Grigie.
Muschio.
Rumori di strada, di lavori.
Porte sfondate e incisioni nel granito. Tra Bugatti e Gobetti, mi lascio trasportare dal selciato. Con affetto, signora Piaf.
I baci sul marmo orrendo di Oscar Wilde. La signora avrà voluto davvero regalargli questo capolavoro del kitsch? Non lo so. Diffido delle azioni umane, quando sono guidate dal senso di appartenenza alla specie. Geloso.
Questo rumore: non possono essere cicale.
Un’ambulanza in sottofondo.
La prima primavera, uggiosa, gioca e fa lo slalom tra i rami ancora secchi.
I cipressi.
A volte bisogna stare un po’ soli. Ed è difficile, restare soli.
Non è vero, Monsieur Modiglianì?
È d’accordo, Monsieur Morrisón?
Persone si affrettano lungo i viali unendo i punti neri della cartina – schiacciandoli.
Il turismo sa essere davvero greve, in un cimitero.
“Cerchi la tomba di Jim Morrisón?” “Dov’è la tomba di Jim Morrisón?” Chi lo sa, sarà in mezzo alle cornacchie.
Passeggio tra le lapidi e vorrei toccarle tutte con le dita. Stare ad ascoltare ciò che potrebbero raccontare. Se non altro, le facce lontane di turisti-jet sui viali.
“Ha per caso visto la tomba di Jim Morrisón?”
Questi cipressi che si muovono appena... fanno ombra persino in una giornata senza sole, come questa.
Uomini d’arte e di scienza; filosofi. Musicisti. Ebrei. Venditori per corrispondenza; dannati. Forzati. Gente libera.
(Anche libera di morire, all’occorrenza.)
E quest’aria rarefatta, nel rumore del silenzio...
Ebbene sì, cercavo la tomba del signor Morrison, signora.
E l’ho pure trovata.
(“Ballata dei camposanti”; Parigi, Père Lachaise)

28 febbraio, 14:41
[...]

1 marzo, 1:48
Andiamo a mangiare dai tunisini. Che effetto. Scenico. Qualche birra, ed il cibo arriva da sé.
Abbondante.
E pure gli sbronzi arrivano. Abbondanti. Uno mi minaccia con una forchetta, da dietro le spalle. Hanno un’aria desolata, sconsolata. Non sono felici, non bevono in allegria. C’è un che di disperato nelle loro risate.
E poi il padrone.

Bello.

Saliti dal metró, incontriamo un gruppo di turisti. Tedeschi? Di mezza età.
Hanno preso del cibo in un qualche posto; è in confezioni di polistirolo giallo.
Non sono smaccati, come certi altri, che strillano nel metró.
Certamente sono esausti, dopo una giornata di corsa per la grande capitale europea. Forse sono spaesati. Sono smarriti?
Mangiano, o aspettano di mangiare, e questo è ciò che si coglie di loro. Arriva, con la sua puntualità, la mia tenerezza.
Per la semplicità, reale o sottesa.
Cosa si aspettavano (dalla loro cena)? Volevano davvero quel polistirolo giallo, o no? E volendolo, come hanno deciso di prenderlo? In quella forma, o altra? Come nel loro paese, o in altro modo?
Questo mi domando, questo penso, e questo è il mio sguardo. È il nostro sguardo, maledizione.
Maledizione.

1 marzo, 7:40
Si accendono le luci. Sul treno.
Poi il motore, o chi per lui.
Osservo una coppia di mezza età alla mia sinistra e penso a te. Lei molto calma (nota: poi si arrabbierà, all’arrivo, per l’ennesimo controllo della polizia; potevamo saperlo?), lui molto sgarbato (nota: ma tollerante con la polizia); lui mangia in modo disgustoso un panino (nota: ne mangerà molti altri, sempre in modo disgustoso), dopo essersi lamentato di come lei l’ha incartato. Sono stato anch’io così? Probabilmente sì. Lo sono ancora? Probabilmente no. Che influenza ha, questo, ora?

Starnutisco.

Sul metró, verso la Gare de Lyon, per un attimo ho avuto la sensazione di aver riacquistato, per un attimo, il mio sguardo. Il nostro. Un negro in abiti eleganti (cappotto grigio scuro su pantaloni neri) stringeva, in perfetto equilibrio, una bottiglia enorme di “Desperados”. Roba da damerini di grandi dimensioni.
Il metró oscillava, e lui pure, e pure la bottiglia oscillava nella sua mano. Senza perdere una sostanziale verticalità. Metà piena, metà riempita di niente. Ogni tanto apriva gli occhi, e nel farlo sorrideva.
Nella carrozza davanti potevo scorgere, attraverso gli oblò, un altro negro in abiti eleganti. Riflesso nel finestrino, s’aggiustava la cravatta. Per un matrimonio? Per la sua bella? Per la mamma?
Chi torna e chi va. Bentornati.
Adesso che le nubi passano tra i fili della linea, credo riposerò un po’.
8:07 arrivano le lacrime.

1 marzo, 15:25
Odore di regionale. La tappezzeria lurida ne è impregnata.
Lui ha una giacchetta a disegno marrone, di lana grossa. I capelli corti crespi e dei baffetti tagliati su una faccia rossa, come di uno che lavora al sole. E le rughe?
Per minuti interminabili, mangia da un sacchetto di plastica. Prima il rumore di plastica; poi il rumore di cibo in bocca, con schiocchi di lingua e flussi salivari. Mangia pollo dalle ossa, e altri pezzi di carne. Dal sacchetto di plastica. Con metodo. Senza tregua.
La carne in quel sacchetto pare non esaurirsi mai. La sua fame, neppure.
Eppure dopo l’ultimo osso di pollo fa una palla del sacchetto e lo spinge nel cestino, alla sua destra.
(Io sono alla sua sinistra, in posizione simmetrica rispetto a lui, non fosse per il mio zaino, posizionato accanto al finestrino.)
Anche le sue mani sono rosse, come la faccia; e sporche come la tappezzeria? Non lo so. Unte dal pollo, dall’altra carne.
Prende un brandello di carta igienica dal tavolino e si pulisce i polpastrelli, poi lo passa sulle labbra. Sui baffi. Ancora sul tavolino. E ora che fa?
Per il momento, niente.
Piatta. Calma piatta.»

1 commento:

Giulio ha detto...

Ora anche tu, anche voi avete una Parigi. Ne parleremo, allora, e le faremo giocare assieme. Chissà che ne esce.

Attendendo quest'estate, verso dove?