domenica 31 maggio 2009

Il tuo sguardo nel mio - VIII

Fenicotteri rosa.

State al riparo (l'importante è stare all'asciutto).

Questione di classe.

Autunno.

Acqua che piove.

Solo di passaggio.

Il mondo è grigio? Il mondo è blu.

Il nonno e la nonna.

Il cielo degli uomini Bianchi.

Come in uno specchio (I. Bergman).

...sotto il fasciame di carne.

«La mia vita mi ha portato in luoghi gradevoli. Non ci sono cento uomini su un milione che abbiano avuto altrettanta fortuna. Eppure, a dispetto d'una così grande fortuna, io sono triste. E sono triste perché c'è con me John Barleycorn. E John Barleycorn è con me perché io son nato in quello che i secoli a venire chiameranno l'oscuro evo della civiltà razionale. John Barleycorn è con me perché durante tutti i giorni inconsapevoli della mia giovinezza John Barleycorn fu disponibile, e mi chiamava e mi invitava a ogni angolo e a ogni strada fra un angolo e l'altro. La pesudo-civiltà nella quale nacqui permetteva dovunque botteghe autorizzate a vendere il veleno dell'anima. Il sistema di vita era organizzato in modo che io (e milioni come me) fossi adescato, attratto, trascinato a queste vendite di veleno. Segui dunque con me uno solo fra i diecimila stati d'animo in cui mi precipitò John Barleycorn. Sto cavalcando nella mia bella fattoria. Ho sotto di me un bellissimo cavallo. L'aria è come un vino. L'uva sulle colline è rossa di fiamma autunnale. Al di là del Monte di Sonoma si levano dal mare bioccoli di nebbia. Il sole pomeridiano arde nel cielo sonnolento. Ho tutto quel che occorre per sentirmi contento di stare al mondo. Sono pieno di sogni e di misteri. Sono tutto sole, e aria, e favilla. Sono vitalizzato, organico. Mi muovo, ho il potere del movimento, comando il movimento della cosa viva che cavalco. Sono posseduto dall'orgoglio di esistere, conosco fiere passioni e ispirazioni. Ho diecimila motivi di sentirmi augusto. Sono re nel regno del senso, e calpesto il volto della polvere che non si lamenta...
Eppure, con occhio invidioso io guardo tutta la bellezza e la meraviglia che mi circonda, e con mente invidiosa considero la pietosa figura che io sono in questo mondo, che tanto a lungo mi ha sopportato e che continuerà anche senza di me. Rammento gli uomini che si ruppero il cuore e la schiena su questa terra ostinata che oramai mi appartiene. Come se una cosa imperitura potesse appartenere al perituro! Gli uomini sono passati. Anch'io passerò. Questi uomini faticarono, disboscarono e piantarono e guardarono con occhi doloranti, mentre riposavano i corpi induriti dal lavoro in questi stessi tramonti, in queste albe, allo splendore autunnale dell'uva, ai bioccoli di nebbia che sorgono dietro la montagna. E sono andati. E io so che anch'io, un giorno, presto, sarò andato.
Andato? Sto già andando. Nella mia mandibola sono quegli abili artifizi dei dentisti, a sostituire parti di me già andate. Mai più riavrò i pollici della mia gioventù. Vecchie risse, vecchie lotte li hanno danneggiati, irreparabilmente. Il pugno in testa a quell'uomo di cui ho scordato il nome mi ha sistemato questo pollice, per sempre. Una brutta presa di lotta libera ha guastato l'altro. Il mio ventre asciutto di corridore è passato nel limbo della memoria. Le giunture delle gambe che mi sostengono non sono più quelle di un tempo, quando, nelle notti e nei giorni scatenati di fatica e di baldoria, io le volli tendere, stirare, rompere. Non potrò mai più tirarmi su in alto e affidare tutta quanta l'orgogliosa mia destrezza a una fune in mezzo alla tempesta buia. Non potrò mai più correre insieme ai cani da slitta lungo le miglia interminabili della pista artica.
So benissimo che dentro questo corpo in disintegrazione, un corpo che sta morendo dal giorno in cui nacqui, io porto uno scheletro, che, sotto il fasciame di carne chiamato il mio volto, c'è una testa di morto ossuta e senza naso. Ma tutto questo non mi fa tremare. Aver paura significa essere sani. La paura della morte dà motivo di vita. Ma è la maledizione della Logica Bianca quella che ti fa non essere pauroso. La malattia cosmica della Logica Bianca ti fa ghignare giocosamente in faccia a quella che non ha naso, e ti fa irridere tutte le fantasmagorie della vita.»
(J. London, "John Barleycorn", trad. L. Bianciardi)

Era serie A, serie A sarà.

sabato 30 maggio 2009

In una tranquilla, angosciosa quasi estate.

La tensione è alta.

Gradisce un'altra tazza di caffè?

Il 5% di niente.

Poco più a nord, palle.

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione.

Lavorare riposa, dormire stanca.

"Ma i moralisti han chiuso i bar..."

Incredibile servizio su "Anna" (ebbene sì, su "Anna"; che volete, ci scrive pure Water Cialtroni...).
Titolo: "Fatti mandare dalla mamma a incastrare il miliardario". Il gentile lettore può immaginare il tenore.
Silvia, studentessa di 24 anni, dice: «Ho 24 anni. Ne avevo sei quando mia madre ha cominciato a ripetermi il suo mantra: "Al lusso ci si abitua subito, alla miseria mai". Per mia mamma l'unica cosa di cui una bella ragazza si deve vergognare è la povertà: "Se sei graziosa e senza un soldo significa anche che sei stupida". Mi ha allevata con quest'idea. E io l'ho seguita docile. Così siamo diventate complici. Mi ha incoraggiato a frequentare ragazzi di buona famiglia ("buona famiglia"? Santo cielo... ndl.), ma non mi ha mai negato l'avventura con il bello incontrato in spiaggia. Anzi, se c'era bisogno mi copriva. Non è una moralista. Però il patto era chiaro: le avventure sono permesse, le sbandate no.»
E poi l'intervista, se così la si può chiamare, va avanti con questi toni da libro harmony, tra dentisti scoperecci, fantini promiscui e vestitini comprati da mammà.
Ad un certo punto, ho pure avuto il forte sospetto che certe cose fossero inventate da un eccitato giornalista. O che lo stesso fosse l'autore (e ideatore) del testo integrale. Chi lo sa.
Sta di fatto che io pensavo: esistono alcune sfumature intermedie tra essere moralisti e non avere morale.

venerdì 29 maggio 2009

...un altro piccolo estratto dalla Frontiera.

«Il vecchio Fred è vecchio e fuma la pipa da quando io sono nato. E mi dice sempre che non bisogna andarci, di là. Dall’altra parte.
Chissà perché. Ho provato a chiederlo, ma non mi hanno risposto. Né il vecchio Fred, né Papino. Né il buon Dio.
Potrebbero esserci folletti cattivi, o quei bambini con le gambe di capretto (come si chiamano?) che fanno un sacco di dispetti.
Papino dice che non bisogna scavalcare il muro.
Però il mio pallone è di là, dall’altra parte de muretto. Ed io lo vorrei riprendere.
E adesso, come faccio?
»

giovedì 28 maggio 2009

«Che cosa ne sai, dell'ansia che si prova?
In automobile, verso il lavoro, a pensarci.

Specchi. Sogni. Miracoli.

A volte la morte è davvero innaturale.»