venerdì 30 novembre 2007

Viva i Doors e le navi di cristallo

Non avrei mai pensato di dover ringraziare "TV Sorrisi e canzoni".

«Before you slip into unconsciousness
I'd like to have another kiss
Another flashing chance at bliss
Another kiss, another kiss

The days are bright and filled with pain
Enclose me in your gentle rain
The time you ran was too insane
We'll meet again, we'll meet again

Oh tell me where your freedom lies
The streets are fields that never die
Deliver me from reasons why
You'd rather cry, I'd rather fly

The crystal ship is being filled
A thousand girls, a thousand thrills
A million ways to spend your time
When we get back, I'll drop a line»

(e stavolta ci sono dei riferimenti)
Mi fa male il piedino, amici; qualcuno ha della morfina?
Se solo, solo avessi copiato “Strange days”... Vorrà dire che lo butterò nel cofanetto. Nell’organetto: e poi girerò la manovella, con ritmo preciso, e muoverò le gambe a ritmo, come se fossero le canne vibranti di un organo (elettrico!).
Prendo l’autostrada per il termine della notte.

giovedì 29 novembre 2007

Esiste la lotta di classe? E, se no, come si chiama la rabbia che sento?

«Mi domandavo, mi domandavo: la lotta di classe, la lotta politica, ideologica; la lotta culturale, in buona sostanza. Quella che ci pone, inevitabilmente in conflitto. Mi domandavo, dicevo: davvero la lotta di classe non è attuale?
Io, personalmente, la vivo tutti i giorni. Credo di viverla? Meglio che credere in qualche dio che premi o punisca, vezzosamente.
Le mie tradizioni culturali sono l'eruzione del vulcano, il suono del gong, il tuono che fa fremere il vapore. Esistono ancora le classi sociali, e sono diventate classi socio/culturali; la distinzione, il divario, il cozzare sono ancora più forti che trent'anni, quarant'anni fa. All'epoca, si accusavano gli intellettuali di essere snob; ritengo che ora, ai nostri giorni, pur non potendo definirci "intellettuali", noi abbiamo il dovere di essere snob. Di indignarci. Di fare cultura.»

(le mani si muovono sul tavolo, il microfono viene spento, la puntina del giradischi inizia a gracchiare:)

«Us, and them
And after all we're only ordinary men.
Me, and you.
God only knows it's not what we would choose to do.
Forward he cried from the rear
and the front rank died.
And the general sat and the lines on the map
moved from side to side.
Black and blue
And who knows which is which and who is who.
Up and down.
But in the end it's only round and round. And round.
Haven't you heard it's a battle of words
The poster bearer cried.
Listen son, said the man with the gun
There's room for you inside.

"I mean, they're not gunna kill ya, so if you give 'em a quick short,
sharp, shock, they won't do it again. Dig it? I mean he get off
lightly, 'cos I would've given him a thrashing - I only hit him once!
It was only a difference of opinion, but really...I mean good manners
don't cost nothing do they, eh?"

Down and out
It can't be helped but there's a lot of it about.
With, without.
And who'll deny it's what the fighting's all about?
Out of the way, it's a busy day
I've got things on my mind.
For the want of the price of tea and a slice
The old man died.»


(suvvia, versate una piccola lacrima per un disperato, fratelli miei)

Epitaph


«The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams.

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I'll be crying,
Yes I fear tomorrow I'll be crying.»

("In the court of the Crimson King", 1969)

mercoledì 28 novembre 2007

Durante la zuppa di pesce

«Ma alla fine perché mai ogni problema dovrebbe avere una soluzione? Esistono problemi che non ne hanno una.»

(A. Moravia)

Sempre di notte

Cazzo.
Cazzo.
Cazzo.
Attesa.
Idee.
Disperazione.
Desiderio.
L'abito
non fa il monaco.

martedì 27 novembre 2007

Due mesi, ovvero: viva la rivoluzione.


27 settembre:
* 489 - Odoacre attacca Teodorico nella Battaglia di Verona, e viene sconfitto nuovamente
* 1331 - Battaglia di Plowce tra il Regno di Polonia e i Cavalieri Teutonici
* 1540 - L'Ordine dei Gesuiti riceve i proprio statuto da Papa Paolo III
* 1787 - La Costituzione degli Stati Uniti viene consegnata agli stati per la ratifica
* 1821 - Il Messico ottiene l'indipendenza dalla Spagna
* 1825 - Apertura della Ferrovia Stockton-Darlington. Prima locomotiva a spingere un treno passeggeri
* 1854 - La nave a vapore Arctic affonda con 300 persone a bordo. È il primo grande disastro nell'Oceano Atlantico
* 1908 - Viene costruita la prima Ford Modello T
* 1915 - La nave da battaglia Italiana Benedetto Brin venne sabotata e affondata nel porto di Brindisi uccidendo oltre 400 marinai
* 1922 - Abdicazione di Costantino I di Grecia
* 1928 - La Repubblica Cinese viene riconosciuta dagli Stati Uniti
* 1938 - Il transatlantico Queen Elizabeth viene varato a Glasgow
* 1939 - Seconda guerra mondiale: la Polonia si arrende alla Germania Nazista e all'Unione Sovietica
* 1940 - Il Patto tripartito viene firmato a Berlino da Germania nazista, Impero giapponese e Italia fascista
* 1942 - Glenn Miller e la sua orchestra si esibiscono per l'ultima volta prima che Miller entri nell'esercito statunitense
* 1949 - Prima sessione plenaria del Congresso Nazionale del Popolo, viene approvato il disegno della bandiera della Repubblica Popolare Cinese
* 1964 - Pubblicato il rapporto della Commissione Warren, che conclude che Lee Harvey Oswald, agendo da solo, assassinò il presidente John F. Kennedy
* 1970 - La Giornata Mondiale del Turismo (WTD) è celebrata a livello mondiale ogni 27 settembre, una data che è stata scelta in coincidenza con un importante pietra miliare per il turismo mondiale, l'anniversario dell'adozione dello statuto dell'Organizzazione Mondiale del Turismo il 27 settembre 1970
* 1980 - A Londra Marvin Hagler sconfigge Alan Minter per KO in tre round, diventando campione del mondo dei pesi medi. Hagler, Minter e Vito Antuofermo, che aveva gareggiato lo stesso giorno, devono essere scortati fuori dal ring da Scotland Yard a causa di una rissa scoppiata nel palazzetto
* 1983 - Richard Stallman annuncia la nascita del Progetto GNU
* 1996 - In Afghanistan, i Talebani catturano la capitale Kabul, dopo aver scacciato il Presidente Burhanuddin Rabbani ed aver giustiziato Mohammad Najibullamh
* 1997 - La Mars Pathfinder termina il suo straordinario compito su Marte.Fu il primo rover sul pianeta
* 1998 - Nasce il motore di ricerca Google
* 2001 - Viene fondata l'Associazione Attendiamoci O.N.L.U.S.
* 2002 - Timor Est entra nelle Nazioni Unite
* 2003
o SMART-1.
o A Roma, in collaborazione con il comune di Parigi, si tiene la I edizione della Notte Bianca

27 novembre:
* 399 - Sant'Anastasio I diventa Papa
* 1095 - Papa Urbano II dichiara la Prima Crociata al Concilio di Clermont
* 1703 - Il primo Faro di Eddystone viene distrutto da una tempesta
* 1839 - A Boston (Massachusetts), viene fondata la American Statistical Association
* 1863 - Guerra di secessione americana: Il comandante della cavalleria confederata John Hunt Morgan, e diversi dei suoi uomini, evadono dalla prigione di stato dell'Ohio e tornano sani a salvi al Sud
* 1868 - Guerre indiane: Battaglia di Washita River - George Armstrong Custer, tenente colonnello dell'esercito statunitense, guida un attacco contro un gruppo di pacifici Cheyenne che vivono nelle riserve
* 1895 - Alfred Nobel sottoscrive il proprio testamento, con il quale istituisce i riconoscimenti oggi noti come Premio Nobel.
* 1912 - La Spagna dichiara un protettorato sulle coste settentrionali del Marocco
* 1922 - Howard Carter e Lord Carnarvon diventano le prime persone dell'era moderna ad entrare nella tomba del faraone egiziano Tutankhamon
* 1940 - In Romania, le Guardie di ferro del Generale Ion Antonescu arrestano e giustiziano oltre 60 degli aiutanti del re in esilio Carol II di Romania, compresi ex ministri e il noto storico Nicolae Iorga
* 1941 - Con la resa di Gondar, l'Italia abbandona l'Africa orientale
* 1946 - Guerra Fredda: Il primo ministro Indiano Jawaharlal Nehru si appella a Stati Uniti ed Unione Sovietica per cessare i test nucleari e iniziare il disarmo nucleare, dichiarando che una tale azione "salverebbe l'umanità dal disastro finale"
* 1965 - Guerra del Vietnam: Il Pentagono dice al presidente statunitense Lyndon B. Johnson, che per far si che le operazioni pianificate abbiano successo, il numero di soldati americani in Vietnam deve essere incrementato da 120.000 a 400.000
* 1971 - la sonda russa Mars 2 raggiunge Marte, ma non ottiene alcun dato utile
* 1973 - Il Senato degli Stati Uniti vota 92 a 3 per la conferma di Gerald Ford come Vice Presidente degli Stati Uniti (il 6 dicembre, la Camera lo confermerà con 387 voti a 35)
* 1978 - A San Francisco, il sindaco George Moscone e il supervisore cittadino Harvey Milk vengono assassinati dall'ex supervisore Dan White
* 1990
o Il Partito conservatore britannico sceglie John Major come successore di Margaret Thatcher a Primo Ministro del Regno Unito
o Unione Europea: L'Italia firma gli Accordi di Schengen
* 1991 - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione ONU 721, che porta alla creazione di operazioni di peacekeeping in Jugoslavia
* 2002 - Nazioni Unite: Hans Blix diventa responsabile degli ispettori inviati in Iraq nell'ambito della Risoluzione ONU 1441, riguardante le armi di distruzione di massa detenute da quel paese, mentre Mohamed ElBaradei diventa capo degli ispettori ONU e della IAEA nell'ambito della stessa Risoluzione ONU 1441 per il disarmo delle armi di distruzione di massa
* 2004 - Italia: si svolge la quarta edizione del Linux Day in 100 città sparse su tutto il territorio nazionale.
* 2005 - Il fiume Tevere esonda in Umbria e a Roma raggiunge i 12 metri, livello record che viene superato solo dai 12 metri e 41 centimetri del 1986

Ancora lei.

Sveglia alle 7:30, come al solito. Più sveglio del solito, però; e non a torto.
Esco di casa presto, in effetti, per passare in edicola e far mia una copia di “TV Sorrisi e canzoni” (!). Inizia oggi, infatti, con l’ambigua rivista, la raccolta di una serie di lp digitali degli amati Doors: ecco la spiegazione della sveglia vigorosa, del sorrisino indelebile che porto al cospetto dell’edicolante, del cappotto tipico delle grandi occasioni.
Il disco, a dire il vero, non è ancora arrivato, mi spiega l’edicolante, roteando in cielo il suo braccio ingessato. Ringrazio e rimonto in macchina, senza perdere il buonumore, alimentato (in questo caso) dall’attesa.
Il cielo ha un aspetto limpidamente sornione, stamane, e non è mattina per fare la solita strada, la consueta tangenziale esterna: sceglierò la via che di solito percorro in moto, e che taglia la collina attraverso quelle che un tempo erano zone residenziali, ed ora quasi dormitori.
Le prime curve sono molto rapide; guido veloce, stamattina, e la strada vuota è un invito a far gracchiare sommessamente i pneumatici.
Una curva a sinistra, una a destra... a destra: una macchina nera in mezzo alla strada. Ho un deja vù. Ero in moto, però, allora. Ero in terra, la moto era in terra, la mia borsa a qualche metro.
Ancora lei! Ancora in mezzo alla strada, con quella sua stessa faccia da cagna maltrattata, carica di trucco come un Pierrot! Scalo una marcia, rallentando; la salita aiuta. La guardo; lei guarda avanti, impassibile, con la sua espressione vacua e vagamente ebete.
Sorrido fra me e me; mormoro “maledetta puttana”, scuotendo la testa. Devo ricordarmi di non fare questa strada; sogghigno.

lunedì 26 novembre 2007

Hey you

«Hey you! Out there in the cold
Getting lonely, getting old, can you feel me?
Hey you! Standing in the aisles
With itchy feet and fading smiles, can you feel me?
Hey you! Don’t help them to bury the light
Don’t give in without a fight.
Hey you! Out there on your own
Sitting naked by the phone, would you touch me?
Hey you! With your ear against the wall
Waiting for someone to call out, would you touch me?
Hey you! Would you help me to carry the stone?
Open your heart, I’m coming home.
But it was only fantasy
The wall was too high, as you can see
No matter how he tried he could not break free
And the worms ate into his brain.
Hey you! Out there on the road
Doing what you’ve told, can you help me?
Hey you! Out there beyond the wall
Breaking bottles in the hall, can you help me?
Hey you! Don’t tell me there’s no hope at all
Together we stand, divided we fall.»

(R. Waters, 1979)

Giunto il giusto tempo


Un... due... tre...
Guzzi!
(dopo quasi due mesi!)

domenica 25 novembre 2007

Tremolio di giganti

«Si era in attesa di una commissione sanitaria che doveva decidere sui fondi dell’ospedale, sulla non idoneità al lavoro dei ricoverati, nonché sul loro sostentamento. Una voce arrivata da altri ospedali sosteneva che lì sarebbero rimasti solo quelli che tremavano in tutto il corpo. Agli altri avrebbero dato una somma di denaro e forse una licenza per chiedere l’elemosina con un organetto a manovella. Neanche parlarne, dunque, di una rivendita di francobolli o di un posto di custode in un museo.
Andreas cominciò a rammaricarsi di non tremare in tutto il corpo. Tra i centocinquantasei ricoverati del XXIV ospedale da campo uno solo tremava, e tutti lo invidiavano. Era un fabbro che si chiamava Bossi, di origine italiana, nero, truce e con le spalle larghe. Una pesante ciocca di capelli gli scendeva sugli occhi e minacciava di estendersi su tutta la faccia, di invadere la fronte bassissima e di arrivare a coprire le guance per poi congiungersi con la barba arruffata.
Il male di Bossi non attenuava lo spaventoso effetto della sua forza fisica, anzi la rendeva ancora più sinistra. Quando corrugava la fronte, quasi la faceva scomparire fra le sopracciglia cespugliose e l’attaccatura dei capelli. Gli occhi verdi uscivano dalle orbite, la barba vibrava, si sentivano sbattere i denti. Le gambe possenti si piegavano in dentro fino a quando stabilivano un breve contatto tra le rotule, ma subito dopo scattavano di nuovo in fuori, le spalle erano scosse da grandi e violenti sussulti, e intanto il capo poderoso seguitava ostinatamente a oscillare piano, come per dire no, simile in tutto alla testa penzolante delle donne anziane. I movimenti ininterrotti del suo corpo impedivano al fabbro di parlare con chiarezza. Schizzavano dalla sua bocca frasi smozzicate, sputava qualche parola singola, e poi, dopo un attimo di silenzio, ricominciava da capo. Che un uomo così robusto e possente non potesse fare a meno di tremare in quel modo rendeva la ben nota malattia più paurosa ancora di quanto già non fosse. Tutti quelli che vedevano come il fabbro tremava erano presi da una grande tristezza. Era come un colosso vacillante su un terreno malsicuro. Tutti aspettavano un crollo che sembrava imminente e non veniva mai. Era incredibile che un uomo di quella stazza dovesse dondolare di continuo senza rovinare al suolo; se finalmente fosse crollato a terra, per lui e per chi gli era vicino sarebbe stata una liberazione. In presenza di Bossi, perfino gli invalidi più disgraziati, quelli colpiti alla spina dorsale, si sentivano invasi da una paura sconfinata, come di fronte a una catastrofe incombente che però non si decide ad esplodere; eppure se esplodesse sarebbe una liberazione.
Chiunque lo vedesse, sentiva il bisogno di assisterlo e nello stesso tempo si rendeva conto della propria impotenza. Dover ammettere che non si poteva soccorrerlo in nessun modo era assai doloroso, e dava anche un senso di vergogna. Veniva voglia, dalla vergogna, di mettersi a tremare. La malattia di Bossi contagiava gli osservatori, che alla fine se la squagliavano, scappavano via, ma non riuscivano a togliersi dalla mente l’immagine di quel gigante che tremava.»

(J. Roth, “La ribellione”, trad. R. Colorni)

Basta pioggia, grazie.

"Sunshine is creeping in
And somewhere in a field a life begins
An egg too proud to rape
The beginning of a shape of things to come
That starts the run
Life has begun
Fly fast the gun

The mother flew too late
And life within the egg was left to fate
Not really knowing how
The world outside would take it when it came
And life's the same
For things we aim
Are we to blame?

Don't doubt the fact there's life within you
Yesterday's endings will tomorrow life give you
All that dies
Dies for a reason
To put its strength into the seasons
Survival,
Survival
They take away and they give
The living's right to live (its all that we need to give)
The living's right to know

The egg breaks all is out
The crawling bird begins to scream and shout
Where is the parent bird?
A loneliness arose and heard its name - ring in
For lives, begin
Survival win
Survival sin

So soon the evening comes
And with it runs the aching fear of hate
Could someone still remain
Who thinks he still could gain by escaping fate?
It's much too late
Don't underrate
Appreciate

Don't doubt the fact there's life within you
Yesterday's endings will tomorrow life give you
All that dies
Dies for a reason
To put its strength into the seasons
Survival,
Survival
They take away and they give
The living's right to live (its all that we need to give)
The living's right to know

Survival,
Survival
They take away and they give
The living's right to live (its all that we need to give)
The living's right to know (its all that we have to show)
And we're all going (And we're all going)
And we're all going (And we're all going)
And we're all going somewhere"

("Yes", 1969)

(la canzone del mio ridanciano ritorno a casa)

sabato 24 novembre 2007

Uh-oh.

Cazzo.
Cazzo.
Cazzo.
Che botta.
Cazzo.

Vagoni solitari

Bisogna puzzare molto per ballare la lap dance in metropolitana.

Mitico!

venerdì 23 novembre 2007

Bene

«Bene,
se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia,
sono tuoi.
Ma è inutile cercarmi sotto il tavolo,
ormai non ci sto più.
Ho preso qualche treno, qualche nave
o qualche sogno, qualche tempo fa.
Ricordo che giocavo coi tuoi occhi
nella stanza e ti chiamavo "mia"
ben oltre la coperta ad uncinetto
c'era il soffio della tua pazzia,
e allora la tua faccia vietnamita
ricordava tutto quel che ho.
E adesso puoi richiuderti nel bagno
a commentare le mie poesie,
però stai attenta a tendermi la mano
perché il braccio non lo voglio più,
mia madre è sempre lì che si nasconde
dietro i muri e non si trova mai
e i fiori nella vasca sono tutto quel resta
e quel che manca,
tutto quel che hai,
e puoi chiamarmi ancora "amore mio".
E qualche volta aspettami sul ponte,
i miei amici sono tutti là,
con lunghe sciarpe nere ed occhi chiari,
hanno scelto la semplicità.
Se Luigi si sporge verso l'acqua
sono solo fatti suoi. E ancora mille volte,
mille anni, ci scommetto, mi ringrazierai,
per quel sorriso ladro e per i giochi,
i mille giochi che sapevi già.
E ancora mi dirai che non vuoi essere cambiata,
che ti piaci come sei.
Però non mi confondere con niente
e con nessuno e vedrai, niente,
nessuno, ti confonderà,
nemmeno l'innocenza nei miei occhi,
ce n'è già meno di ieri, ma che male c'è.
Le navi di Pierino erano carta di giornale,
eppure, guarda: sono andate via,
magari dove tu volevi andare
ed io non ti ho portato mai.
E puoi chiamarmi ancora "amore mio".»

("Francesco De Gregori", 1974)

Il teatro della disillusione: la vanità di mangiafuoco

«Come un animale in gabbia. Un animale di una certa età. Che so, un leone con la laringite. Un babbuino con l’artrosi.
Se fossi un palloncino, adesso, avrei la forma dello Zeppelin. E sarei enorme. Sfuggirei dalle mani del bambino che mi compra, oppure lo trascinerei con me. Fino ad un certo punto, almeno; il sole scalda troppo, e non ho messo la crema.
(Neppure sulle mani, che si spaccano come il ghiaccio.)
Ho iniziato a leggere “La ribellione”, ieri sera. La prima pagina è incantevole dal punto di vista narrativo. Mi sono addormentato, però, quasi subito, per svegliarmi in mezzo alla notte e rendermi conto del libro chiuso e della luce accesa.
È stato in quell’istante che il pugile si è alzato ed è andato in bagno. A togliere la saliva dalla faccia, forse. Sono stanco, molto stanco. Quasi mi gira la testa. Ma che ci faccio, io, qui, a guardare la pioggia (che ora s’è liberata), attraverso una veneziana al neon?
Mi penso mentre, vestito da marinaio (alla Paperino, per intenderci), sbircio attraverso un oblò e vedo il mare bagnare e asciugare il vetro opaco. Soffio in una trombetta a spirale e lei va a sbattere contro l’oblò, e si piega. Anche il suono si piega; si incrina, e suona l’inizio del suo requiem per la spirale spezzata.
Invece guardo solo la pioggia, recitando il mio teatro, vestito di verdone. [...]»

(Provaglio d’Iseo, 21 novembre, 13:42)

«[...] Siete pratici di Roma? Mi piacerebbe esserlo. Mi piacerebbe essere a Roma, ora. Fra i Campi Elisi e la Grande Arche. Sulla Rambla de Raval.
È più bella Buda o Pest?
In questo momento vorrei che le mie mani potessero ridurre duemila anni di cristianità a sedici vestali ed una penna stilografica.
[Usavo sempre la stilografica, da bambino. Ero un bambino decisamente stilografico; un esperto di inchiostri da rovesciare. Usavo anche il pennino. Forse è per questo che ascolto i Procol Harum.]
Ecco, mi sono distratto troppo a lungo. Non so più cosa stia accadendo, scorrere del tempo a parte. Sono le undici e un quarto. Se spara il cannone di Mary Poppins, tutto va bene per il Barone von Trapp.»

(Provaglio d’Iseo, 22 novembre, 10:55)

«[...] Ora ho deciso deliberatamente di distrarmi nelle divagazioni, perché sono stanco di questa prigione di neon proiettati che mi separa dall’acqua. Della noia che mi ruba la strada.
Potrei mettermi in macchina e guidare verso una meta non precisata, fino, almeno, alla fine del carburante. Poi fermare la macchina nella cortina e restare dentro, con le mani sul volante, aspettando che succeda qualcosa.
Cosa potrebbe accadere?
Quale passante si interesserebbe ad un piccolo uomo che tiene le mani sul volante di una macchina spenta? Pensionati e cani, prostitute, poliziotti? Sarei senza riferimenti, ma forse non più, né meno, di adesso. Semplicemente in un luogo diverso. Metaspaziale. Un luogo di transito. Sarei una scheggia in un transiente, una scintilla sul gas di una cucina deserta: una scintilla che esiste, è esistita, ma non per il mondo umano, perché non ha testimonianza.»

(Provaglio d’Iseo, 22 novembre, 12:07)

«[...] Ancora in attesa; le mamme imbiancano.
Sento già il fischio del vapore, il rombo del motore. Il volante fra le mani. La strada sotto i piedi. Come in un’altra generazione. Senza bussola.

Conto le pecorelle che, lente, avanzano verso la fabbrica di lecca-lecca. Hanno il pelo bagnato ed i denti in vista; alcune di esse indossano casacche sgargianti, altre orecchini che sono campanelle. Gioghi e lattine attaccate a fili.
Mi metto in fila.»

(Provaglio d’Iseo, 22 novembre, 14:00)

Un dio giusto: un dio di governo

“Le baracche del XXIV ospedale da campo sorgevano al margine della città. Per arrivare all’ospedale, dal capolinea del tram, un uomo sano ci avrebbe impiegato una mezz’ora camminando spedito. Il tram portava nel mondo, nella grande città, nella vita. Ma i malati del XXIV ospedale da campo quel capolinea non potevano raggiungerlo.
Erano ciechi o paralitici. Zoppicavano. Una pallottola li aveva colpiti alla spina dorsale. Aspettavano un’amputazione o erano già amputati. La guerra era finita ormai da un pezzo. Avevano dimenticato le istruzioni, il sergente, il signor capitano, la compagnia in marcia, il cappellano militare, il genetliaco dell’imperatore, il rancio, la trincea, l’assalto. La loro pace col nemico era firmata. E già si attrezzavano a sostenere una nuova guerra: contro i dolori, le protesi, le membra storpiate, la schiena curva, le notti insonni; e contro i sani.
Soltanto Andreas Pum era soddisfatto di come andavano le cose. Aveva perso una gamba e ricevuto una decorazione. Molti non avevano decorazioni benché avessero perduto ben più di una gamba. Erano senza gambe e senza braccia. Oppure erano condannati in un letto perché avevano il midollo spinale spappolato. Andreas Pum era contento quando vedeva che gli altri soffrivano.
Credeva in un Dio giusto. Il suo Dio distribuiva pallottole nella spina dorsale, amputazioni, ma anche medaglie a chi se le meritava. A pensarci bene, la perdita di una gamba non era poi così grave, e grande la fortuna di avere ottenuto una decorazione. Gli invalidi potevano contare sul rispetto del mondo, gli invalidi con decorazione sul rispetto del governo.
Il governo è una cosa che sta sopra gli uomini, così come il cielo sta sopra la terra. Ciò che viene dal governo può essere un bene o un male, ma è comunque una cosa grande, ultrapotente, insondata e insondabile, benché talvolta risulti comprensibile anche alla gente comune.
Alcuni commilitoni imprecano contro il governo. Secondo loro dal governo non hanno ricevuto altro che torti. Come se la guerra non fosse una necessità! Come se i dolori, le amputazioni, la fame e la miseria non fossero le sue logiche e inevitabili conseguenze! Che cosa pretendevano? Erano uomini senza Dio, senza Imperatore, senza Patria. Insomma, dei pagani. «Pagani»: non c’è termine migliore per coloro che si oppongono a tutto ciò che viene dal governo.”

(J. Roth, “La ribellione”, trad. R. Colorni)

Al mattino

Mi sveglio come da un sogno.
C'è voluto un po' a capire, ma credo che quasi ci siamo.
Grazie a tutti.

Ho rotto lo specchio?

"Very superstitious, writings on the wall,
Very superstitious, ladders 'bout to fall,
Thirteen month old baby, broke the lookin' glass
Seven years of bad luck, the good things in your past.

When you believe in things that you don't understand,
Then you suffer,
Superstition ain't the way.

Very superstitious, wash your face and hands,
Rid me of the problem, do all that you can,
Keep me in a daydream, keep me goin' strong,
You dont wanna save me, sad is my song.

When you believe in things that you don't understand,
Then you suffer,
Superstition ain't the way, yeh, yeh.

Very superstitious, nothin' more to say,
Very superstitious, the devils on his way,
Thirteen month old baby, broke the lookin' glass,
Seven years of bad luck, good things in your past

When you believe in things that you don't understand,
Then you suffer,
Superstition ain't the way, no, no, no."

Ho rotto me stesso. Mi sa. Che pena.

giovedì 22 novembre 2007

Frastornato

Ma sono stato bene, e di questo ti ringrazio.
Mi hai aiutato, non fosse altro, a superare Giulia. Ora sono oltre.
Spero che anche a te, in qualche misura, questa parentesi (che ancora non ha costruito i suoi contorni) sia servita.
Ora voglio pensare, per non farmi troppo male, che sei stata, in parte, la costruzione di questa testa che non dorme mai, e che talvolta farebbe bene a dormire. Sei stata reale e irreale; comunque bella. Ora voglio pensare che siamo stati un po' pazzi, ma sinceri. Che non abbiamo, praticamente, iniziato, ma neppure finito. Che siamo stati, forse siamo, un "noi" incompleto ma con un suo senso.
Lo scrivo qui, in pubblico, e forse è poco garbato. Senza dubbio lo è. Ma pubblico voglio che resti: ti voglio bene, pure con tutte le complicazioni del caso.
Ciao.

Povero me

«Cammino come un marziano, come un malato,
come un mascalzane, per le strade di Roma.
Vedo passare persone e cani e pretoriani con la sirena.
E mi va l'anima in pena, mi viene voglia di menare le mani,
mi viene voglia di cambiarmi il cognome.
Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro,
e non ho mai capito come, ma dimmi dov'è la tua mano,
dimmi dov'è il tuo cuore?

Povero me! Povero me! Povero me!
Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè.
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.
Povero me, povero me, povero me,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.

Cammino come un dissidente, come un deragliato,
come un disertore, senza nemmneno un cappello
o un ombrello da aprire, ho il cervello in manette.
Dico cose già dette e vedo cose già viste,
i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste.
Mi fa paura il silenzio ma non sopporto il rumore,
dove sarà la tua mano, dolce,
dove sarà il tuo amore?

Povero me! Povero me! Povero me!
Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè.
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.
Povero me, povero me, povero me,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è,
guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è.»

mercoledì 21 novembre 2007

Un altro giorno è andato

E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito,
quanto tempo è ormai passato e passerà?
Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri:
l' oggi dove è andato l' ieri se ne andrà.
Se guardi nelle tasche della sera
ritrovi le ore che conosci già,
ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai
e il tempo andato non ritroverai...

Giornate senza senso, come un mare senza vento,
come perle di collane di tristezza...
Le porte dell'estate dall' inverno son bagnate:
fugge un cane come la tua giovinezza.
Negli angoli di casa cerchi il mondo,
nei libri e nei poeti cerchi te,
ma il tuo poeta muore e l' alba non vedrà
e dove corra il tempo chi lo sa?

Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili
corron dietro a delle Silvie beffeggianti,
si è spenta la fontana, si è ossidata la campana:
perchè adesso ridi al gioco degli amanti?
Sei pronto per gettarti sulle strade,
l' inutile bagaglio hai dentro in te,
ma temi il sole e l' acqua prima o poi cadrà
e il tempo andato non ritornerà...

Professionisti acuti, fra i sorrisi ed i saluti,
ironizzano i tuoi dubbi sulla vita,
le madri dei tuoi amori sognan trepide dottori,
ti rinfacciano una crisi non chiarita:
la sfera di cristallo si è offuscata
e l' aquilone tuo non vola più,
nemmeno il dubbio resta nei pensieri tuoi
e il tempo passa e fermalo se puoi...

Se i giorni ti han chiamato tu hai risposto da svogliato,
il sorriso degli specchi è già finito,
nei vicoli e sui muri quel buffone che tu eri
è rimasto solo a pianger divertito.
Nel seme al vento afferri la fortuna,
al rosso saggio chiedi i tuoi perchè,
vorresti alzarti in cielo a urlare chi sei tu,
ma il tempo passa e non ritorna più...

E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito,
quanto tempo è ormai passato e passerà.
Tu canti nella strada frasi a cui nessuno bada,
il domani come tutto se ne andrà:
ti guardi nelle mani e stringi il vuoto,
se guardi nelle tasche troverai
gli spiccioli che ieri non avevi, ma
il tempo andato non ritornerà,
il tempo andato non ritornerà,
il tempo andato non ritornerà...

(F.G., "L'isola non trovata", 1971)

lunedì 19 novembre 2007

N(annucci)uovo acquisto: Caravan

Standing on a golf course
Dressed in PVC
I chanced upon a Golf Girl
Selling cups of tea
She asked me did I want one
Asked me with a grin
For three pence you can buy one
Full right to the brim

So of course I had to have one
In fact I ordered three
So I could watch the Golf Girl
Could see she fancied me
And later on the golf course
After drinking tea
It started raining golf balls
And she protected me

Her name was Pat
And we sat under a tree
She kissed me
We go for walks
In fine weather
All together
On the golf course
We talk in morse

("Golf girl", prima canzone di "In the land of grey and pink")

domenica 18 novembre 2007

Tornato a Trient.

(sorridente)
(molto sorridente)

venerdì 16 novembre 2007

Pronti partenza via

(sento il fischio del vapore.)
(senti il fischio del vapore?)

giovedì 15 novembre 2007

In tempi di cartoni giapponesi

“...Ciò che mi ha spinto a interrompere brevemente il cimitero giapponese è una cosa che ho letto in un romanzo giapponese qualche anno fa a proposito di un uomo che incontra una donna in un supermercato di Tokyo e la donna diventa l’amante del narratore. Credo che sarebbe un’esperienza molto esotica incontrare una futura amante in un supermercato.
Ho pensato molto a questa cosa, soprattutto di recente con quel po’ di spesa che ho fatto a Berkeley quando abitavo nella casa in cui la donna si è impiccata.
Andavo a fare la spesa nel vicino supermercato e gironzolavo qua e là con il carrello comprando cose a caso che non avevo alcuna voglia di mangiare, se non per soddisfare il fabbisogno nutritivo giornaliero.
...e ogni tanto pensavo al romanzo giapponese e all’incontro con una nuova amante mentre facevo la spesa al supermercato. Che posto unico e curioso per un incontro casuale e intimo!
3 febbraio 1982, finito.

Chissà come poteva iniziare questa relazione e a chi toccava il primo passo? Magari nel reparto zuppe in scatola, mentre esaminavo le varie possibilità a disposizione? Una zuppa al pomodoro poteva essere una bell’idea per una giornata di pioggia, quand’ecco che la voce di una bionda interrompeva la mia breve meditazione.
Non l’avevo nemmeno sentita avvicinarsi. Non credo che si sia avvicinata di soppiatto con il carrello. È solo che non stavo facendo molta attenzione, oppure si è veramente avvicinata di soppiatto dopo avermi pedinato fino al reparto zuppe in scatola.
«Ciao» mi ha detto lei, con voce gradevole e invitante.
Io mi voltavo stupefatto, distogliendo lo sguardo dagli scaffali dove la zuppa di pomodoro faceva bella mostra di sé per un ipotetico pranzo in una domenica di pioggia.
Un tempo uscivo spesso con le bionde.
A dire il vero, avevo un debole per loro.
La vista di una bionda mi rendeva felice. Chissà come avevo fatto a non accorgermi che si era avvicinata. Ha fatto seguire il suo ciao da uno «Scusa, ma non ci conosciamo già?».
In realtà c’è stata una donna che me l’ha detto davvero a una festa ed è finita con un’avventura di una notte.
Questa però era un’altra.
Chi può dire come sarebbe andata a finire?
Ci siamo messi in coda insieme alla cassa perché lei mi ha offerto un passaggio in macchina fino a casa, ma prima ovviamente mi sarei fermato a bere una cosa da lei, visto che era di strada per andare a casa mia, intendendo per casa mia il posto dove un’altra donna s’era impiccata.
La cliente prima di noi alla cassa aveva cinquemila cose nel suo convoglio di carrelli e questo ci ha dato il tempo di conoscerci un po’ meglio.
Lei si chiamava X e si era appena laureata all’Università della California a Berkeley, in Filosofia, ma visto che non aveva ancora trovato un lavoro che richiedesse una vasta conoscenza della filosofia, per il momento lavorava in una boutique di Walnut Creek e no, non era sua abitudine attaccare discorso con gli sconosciuti al supermercato, ma c’era qualcosa nel modo in cui stavo fissando i barattoli di zuppe pronte che aveva stuzzicato la sua attenzione e così, un po’ per gioco, le era venuta voglia di saperne di più di uno che prendeva le zuppe tanto seriamente.
Le ho detto che stavo pensando che forse era il caso di prendere una zuppa al pomodoro per quando pioveva.
«Avevo intuito che potesse essere qualcosa del genere» ha detto lei.
La donna prima di noi era scesa a 2399 cose e continuava a scaricare il suo Southern Pacific Railroad di carrelli e il rotolo che si dipanava a profusione dal registratore di cassa stava cominciando a formare un nastro di Möbius.
«Ho una domanda sulla zuppa al pomodoro» ha detto X. «E non mi fraintendere, ma in questo momento non sta piovendo, anzi non piove da giorni e stando alle previsioni dovrebbe continuare così.»
«Prima o poi pioverà» ho detto.
«Comunque non importa, visto che tanto la zuppa non l’hai presa» ha detto lei.
«Alle volte mi capita di pensare alle cose prima di prenderle» ho detto io. «E la zuppa rientra in questa categoria.»
«Sono contenta di averti salutato» ha detto lei. «Non mi capita spesso di conoscere gente come te.»
Poi c’è stato un momento di silenzio in cui abbiamo guardato il carrello della signora di fronte a noi svuotarsi ulteriormente. Il numero di cose nel carrello a questo punto era sceso sotto il migliaio.
La cassiera aveva battuto così tante cose da quei carrelli che si muoveva come dentro un sogno, inerme, e tirava fuori una scatoletta di tonno, una scatola di riso, un panetto di burro, una confezione di tovaglioli, un sacchetto di cucchiai di plastica, un fustino di detersivo, un collare per cani, un vasetto di senape, una banana, una bottiglia di aceto e così via...
Man mano che la roba andava ad aggiungersi al conto, un ragazzo la infilava nelle buste. Stava riempiendo la cinquantesima. La sua faccia aveva la desolazione di un detenuto dell’Isola del Diavolo.
Se lavorava per mantenersi all’università, allora aveva cominciato a infilare quella roba da matricola e ormai era laureando.
X mi ha sorriso. Ero un sorriso che diceva che presto saremmo usciti di lì per andarci a rilassare un po’ da lei, sorseggiando bicchieri di vino bianco e imparando a conoscerci meglio.
Magari avremmo scherzato un po’ su tutte le cose che la cliente prima di noi aveva infilato nei carrelli, oppure avremmo parlato di cose più intime che ci avrebbero portato più velocemente nel suo letto.
Ma qualcosa doveva accadere molto velocemente nel reparto zuppe in scatola, perché non potevo stare lì in eterno a fissare dei barattoli di zuppa al pomodoro.
Bisognava che lei si facesse viva presto per poter dare il via a questa storia d’amore prima della chiusura, altrimenti avrei continuato a pensare a quell’ossessionante romanzo giapponese senza mai riuscire a diventare il protagonista di una romantica storia d’amore da supermercato e sarei finito invece alle Hawaii, a vagare per un cimitero giapponese che aveva l’Oceano Pacifico come confine.”

(R. Brautigan, “Una donna senza fortuna”, trad. E. Monti)

mercoledì 14 novembre 2007

Un approccio piuttosto indolente

“La storia della ballerina aveva qualcosa di interessante. L’avevo conosciuta a San Francisco tre o quattro anni prima e mi ero invaghito di lei. Aveva più o meno vent’anni allora, ma aveva l’aria innocente di una quindicenne e ballava in un corpo di ballo che io ero stato a vedere parecchie volte tra prove e balletti.
Aveva un fisico molto, molto interessante e il seno un po’ troppo grosso per una ballerina. Era bionda anche lei e molto carina, modello ragazza della porta accanto. Purtroppo aveva un approccio piuttosto indolente alla danza e credo che questo alla fine l’abbia portata a smettere.
Una volta durante le prove, c’era una scena del balletto in cui lei doveva restare immobile a terra con indosso un body nero. Le altre ballerine le ballavano intorno e poi, dopo cinque minuti d’immobilità, lei doveva rialzarsi e tornare a ballare con loro.
Per cinque minuti lei non si è mossa minimamente ed è rimasta distesa in maniera piuttosto invitante a terra. Quando però è venuto il momento di tornare ai movimenti del balletto, lei ha continuato a rimanere immobile. A quel punto era importante che si unisse al balletto e invece lei ha continuato a rimanere distesa.
«Ehi, S» le ha detto una delle ballerine e alla fine ha gridato «S!», ma niente. Dormiva. Le altre ballerine hanno dovuto interrompere il balletto e svegliarla.
Lei aveva l’aria confusa e l’erotismo sonnolente del dopo risveglio.
Credo che abbia lasciato il corpo di ballo poco dopo e io non l’avevo più rivista fino alla settimana prima a Mendocino.”

(R. Brautigan, “Una donna senza fortuna”, trad. E. Monti)

martedì 13 novembre 2007

Pigs on the wing

(part 1)
If you didn't care what happened to me,
And I didn't care for you
We would zig zag our way through the boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain
Wondering which of the buggers to blame
And watching for pigs on the wing.
(part 2)
You know that I care what happens to you
And I know that you care for me too
So I don't feel alone
Of the weight of the stone
Now that I've found somewhere safe
To bury my bone
And any fool knows a dog needs a home
A shelter from pigs on the wing

("Animals", 1977)

domenica 11 novembre 2007

Mettete dei fiori nei vostri cannoni...


...o della verdura; va bene anche la verdura.
Buongiorno a tutti!

giovedì 8 novembre 2007

Non si può più dare la colpa al caldo


Sottotitolo: una risata ci seppellirà.

Ricevo e-mail e telefonate che mi fanno capire che c’è parecchia pazzia, in città.
Io, di mio, sono (quasi) posseduto da prepotente genialità.

Un insetto di fuoco, incandescente, è uscito dall’asciugacapelli e mi ha punto in testa.
Un fuco infiammato. Molto arrabbiato. Probabilmente.

Mi ha scottato fra i capelli, pungendomi con cattiveria; per poi andare a nascondersi, con uno sfrigolio da friggitrice, nel buco nero del lavandino.
Frrr rrrr frr.
Come un fuoco d’artificio che si spegne. Sulla mia testa!
Un insetto d’artificio che spegne il suo pungiglione sulla mia carrozza, diventata zucca. Mi tortura la testa, la cute, con la sua sigaretta.
Ah, fuco di fuoco! Il lavandino è stato la tua fine.

Ringraziamo naturalmente: l’incerto divenire, l’incesto in divenire, il pilota autocratico, gli alluvionisti e gli illusionati, i poveri sottili, le miniere di carbonari e le case massoniere, croce e furbizia, l’asciugacappelli, radio vaticano, Wagner come nome proprio di brasiliano, l’amministrazione di centrosinistra di Legnago, i comportamenti di Padre Pio da stigmatizzare, i fiori d‘artificio, i cuochi di paglia, i miei capelli sul pavimento e quindi le mie scarpe in testa, l’avita bassa, l’ovest di Paperino ed il sud-est asmatico, l’Orlando fumoso, l’amato calice.

Dica “trentatré”.

mercoledì 7 novembre 2007

Tutto a gonfie vele?


Trasformo il fuoco in legno, il vaso in fango, il risveglio in sogno.

martedì 6 novembre 2007

A bocca aperta contro il vento (saporito)

Sono come un neonato sopra un aeroplano.
Domanda: si può scrivere una specie di copione? Sono un po’ in difficoltà, ultimamente. I miei dialoghi sono un po’ stantii. Faccio decisamente meno fatica a leggere le mie parole.
Secondo me i giapponesi non portano i baffi. Portano i baffi?
Ora potrei dire, con voce bassa e pacata: «I giapponesi non hanno baffi, baby». Sarebbe perfetto.
Scriverei per me i miei dialoghi; lasciando spazio all’improvvisazione degli altri attori/autori, però, la faccenda si farebbe complicata. Dovrei, perciò, dedicarmi a sontuosi monologhi, ovvero costruire brevi frasi adatte a più domande, e quindi a più risposte.
«C’è stato un altro attentato in Pakistan, stamattina».
«È solo un mare della luna, baby».
«Sei sporco qui» (sfiorando con l’indice una piega della bocca)
«È solo un mare della luna, baby».
«La prossima estate, vacanze in Tunisia!».
«È solo un mare della luna, baby».
«Non riesco a capire come tu possa startene lì seduto, su quella poltrona, senza fare niente!».
«È solo un mare della luna, baby».
«Sono davvero in crisi».
«È solo un mare della luna, baby». (il Mare Crisium, accidenti)
Sarebbe molto comodo. Molto comodo. Sarebbe perfetto.
Spero di ritrovare le parole nel mio baule, perché così non si fa.

(Apro il baule; ha un piccolo sbuffo di polvere, quasi un colpo di tosse. Ci sono alcune stoffe, di colori caldi. Spostandole, sento il prurito arrivare fin dentro il naso. Faccio una smorfia per spaventarlo.
Saranno sotto questi stracci rossi e gialli, le parole?
Starnutisco e poi ci guardo.)

lunedì 5 novembre 2007

domenica 4 novembre 2007

Forse davvero basterebbero degli abbracci..


Se vedo i tubi rotolare intorno, devo rotolare anch'io con loro o saltarci sopra come un equilibrista?
Non so suonare la tromba. Nemmeno se è un bastone. Un bastione. (Da misurare con una gigantesca corda metrica.) Boh.
Sono un cattivo musicista e un cattivo equilibrista. E forse ho sbagliato circo.
Forse davvero basterebbero degli abbracci, per non perdere l'equilibrio; dio, anche i biscotti.

sabato 3 novembre 2007

Come Jethro Tull

Trasformo le stampelle in bicicletta.

Non mi sento adeguato a questo mondo.

«This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
The end of our elaborate plans
The end of everything that stands
The end

No safety or surprise
The end
I'll never look into your eyes again

Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need of some stranger's hand
In a desperate land

Lost in a Roman wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain
There's danger on the edge of town
Ride the King's highway
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway West, baby

Ride the snake
Ride the snake
To the lake
To the lake

The ancient lake, baby
The snake is long
Seven miles
Ride the snake

He's old
And his skin is cold
The West is the best
The West is the best
Get here and we'll do the rest

The blue bus is calling us
The blue bus is calling us
Driver, where are you taking us?

The killer awoke before dawn
He put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall

He went into the room where his sister lived
And then he paid a visit to his brother
And then he walked on down the hall
And he came to a door
And he looked inside
Father
Yes son?
I want to kill you
Mother, I want to. . .

C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus

This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
The end

It hurts to set you free
But you'll never follow me

The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die

This is the end»

venerdì 2 novembre 2007

Questa è proprio sensazionale


Avrei dovuto nascere intorno al 1950; se non altro, per potermi vestire così senza dare troppo nell'occhio.

Colazione in America

Macché occhi pesti, macché voce roca.
Provate a svegliarvi voi, allora, se ci riuscite.
E ad aggiustare un aspirapolvere con un cacciavite.

Ho un nuovo libro rosso e bianco e nero e dentro ci sono galline a Honolulu da fotografare (da un'automobile?).
...grazie!

giovedì 1 novembre 2007

Guardare tutto è logorante

«Siamo andati a visitare la cattedrale, mi ha abbastanza impressionato, era una costruzione architettonica fantastica, siamo entrati e stava piovendo un po’ (fuori), e dentro puzzava un po’ di piscia, è l’interno era più stupefacente dell’esterno, saliva e saliva e mi ha fatto quasi desiderare di poter accettare il Dio dei cristiani invece dei miei 17 minuscoli dei protettori perché un grande dio mi avrebbe aiutato a superare un mucchio di porcherie e di terrore e di dolore e di orrore, sarebbe stato più facile e forse persino più ragionevole, mi avrebbe aiutato a capire qualcuna delle puttane con cui ho vissuto e qualcuna delle donne, i lavori monotoni e la mancanza di lavoro, le notti di rabbia e di fame, e suppongo che tutte le persone che sono entrate in quella cattedrale abbiano avuto dei pensieri, e che qualcuno di quei pensieri avrebbe potuto condurle a convertirsi, ma io, ho pensato, se mi fossi convertito, se avessi creduto, avrei dovuto lasciare il diavolo laggiù, tutto solo tra le fiamme, e non sarebbe stato gentile da parte mia, perché negli avvenimenti sportivi quasi sempre faccio il tifo per i perdenti e in quelli spirituali sono colpito dalla stessa malattia, perché non sono un uomo che pensa, seguo ciò che sento, e i miei sentimenti stanno con gli handicappati, i torturati, i dannati e i perduti, non per simpatia ma per fratellanza, perché sono stato uno di loro, perduto, confuso, indecente, meschino, spaventato e codardo; ingiusto, e gentile solo a piccoli lampi e sebbene fossi fregato, sapessi che non serviva a niente, che non curava niente, lo rafforzavo soltanto.
Il Grande Dio aveva troppi cannoni, per me, era troppo giusto e troppo potente. Non volevo essere perdonato o accettato o trovato. Volevo qualcosa di meno, qualcosa che non fosse troppo: una donna di bellezza media sia nello spirito sia nel corpo, un’automobile, una casa in cui abitare, un po’ di roba da mangiare e non troppi mali di denti o gomme forate, niente lunghe malattie prima di morire; persino un televisore con dei brutti programmi sarebbe andato bene, e un cane, e pochissimi amici e un buon impianto idraulico, e abbastanza da bere per riempire gli spazi fino alla morte, della quale (sebbene fossi un codardo) avevo pochissima paura. Per me la morte significa ben poco. È l’ultimo scherzo in una serie di brutti scherzi. La morte non rappresenta nessun problema, per i morti. La morte è un altro film, andava bene così. La morte causa problemi solo a che resta e ha avuto qualche rapporto con il deceduto, e questi problemi aumentano in proporzione diretta con la ricchezza che quest’ultimo si lascia alle spalle. Con un barbone dei bassifondi l’unico problema è liberarsi dei resti. Alcuni si affacciano al mondo ricchi, ma tutti se ne vanno poveri in canna. Naturalmente con un artista è diverso: si lascia dietro quel profumino che qualcuno chiama immortalità, e naturalmente quanto più lui è bravo tanto più è grande quella puzza, in colore, in suono, in pagine stampate, in pietra e in altre forme. Ma questa immortalità è solo colpa dei vivi: si attaccano alla puzza, la adorano. Non è colpa dell’artista. L’artista sa di non appartenere all’immortalità più di quanto non sia appartenuto alla vita: solo quell’assaggio e basta, che altri mettano alla prova la loro buona sorte.
Non dirò che ho cominciato ad annoiarmi, là nella cattedrale, ma avevo passato in rassegna i miei pensieri, soffrivo per i postumi di una sbronza e avevo sonno (come il solito); mi è molto difficile tenere gli occhi aperti, ma va bene - credo davvero che sia un errore guardare tutto, è logorante - le cose si dovrebbero scegliere, ingerire un pochino e poi lasciar perdere.
Le persone si agitano perché i conti non tornano e rimangono troppo a lungo a fare lo stesso lavoro ingrato e la sera si rifiutano di scopare con le o gli amanti o picchiano i figli o soffrono di indigestione o di insonnia, di meteorismo o di ulcera sanguinante, odiano l’economia e quelli che comandano, il governo, le superstrade - tutti gli odi ragionevoli e inutili -, gli vengono le contrazioni alle dita dei piedi, gli spasmi alla schiena e gli incubi alla fine dell’insonnia. Perché hanno tenuto gli occhi aperti tutto il santo giorno e hanno visto troppo.
“Andiamo via di qui, cazzo,” ho detto a quelli che stavano con me, e siamo usciti di là, ed eravamo a Colonia.»

(C. Bukowski, “Shakespeare non l’ha mai fatto”; trad. L. Schenoni)